Quel giorno l’appartamento non era come lo ricordava. Gianni l’aveva portata là varie volte, e non aveva mai notato quella porta. Una porta bianca, anonima, come le altre.
«Già, ma questa porta?»
Nessuno rispose. Gianni stava prendendo le misure in cucina, aprendo finestre, alzando tapparelle. C’era da verificare la possibilità di realizzazione di un nuovo bagno, e per quello erano in attesa dell’architetto.

Girò la maniglia, ed entrò. Una parte sconosciuta dell’appartamento si svelò piano nella penombra. Accese la luce; si ritrovò in un ingresso, muri bianchi, porte bianche, luci giallastre emanate da vecchie lampadine a incandescenza, che nessuno aveva più cambiato da chissà quanto tempo. Un citofono, che strano. Quindi una di quelle porte dava all’esterno.
«Già, ma qui? Ma scusa, non mi avevi fatto vedere quest’altro ingresso…»
Gianni stava facendo chissà cosa.
Una porta era diversa dalle altre, doppia, a vetri. Un salone enorme, con i mobili ancora tutti al loro posto, una grande credenza, elegante; un tavolo; divani coperti da lenzuola grigie di polvere. Li aveva sempre trovati inquietanti, i divani in quel modo: come fossero strani cadaveri sul luogo di un delitto. Si concentrò sui mobili, per evitare di immaginare corpi fatti a pezzi nascosti sotto quei sudari; cercò di risalire allo stile, forse anni Venti, anni Trenta. Decretò che non le piacevano, che avrebbero dovuto disfarsene. Che noia, di nuovo, chiamare l’antiquario, le valutazioni, portarli via, gli operai, la ditta, e dire che era così certa di avere finalmente finito con quella fase della presa di possesso dell’appartamento. Perché Gianni non le aveva detto nulla? Forse non voleva buttarli via, forse erano dei suoi nonni, era affezionato, non le aveva detto nulla per questo. Ed erano pieni, incredibile. Pieni di roba, argenti, cristalli, porcellane; e anche questa era una complicazione non da poco.
Un bagno. Che strana casa; un bagno adiacente al salone, grande, tutto rosa, di quel rosa improbabile di cui si facevano i bagni una volta.
«Ah, ma questo è fantastico, abbiamo un salone con un altro bagno! Forse non dovremo fare poi tante modifiche, possiamo usare questo per gli ospiti, possiamo…»
Smise di parlare, accorgendosi che la voce risuonava con una eco distorta, forse per via delle piastrelle. Del resto, Gianni da lì non poteva sentirla.
La cucina. Stretta e profonda; piastrelle celesti, stavolta; un lavandino in ceramica bianco. Una caffettiera lasciata là, sui fornelli di una cucina vecchia, ma non avrebbe saputo dire di quanto. Come se chi aveva lasciato quella casa per l’ultima volta avesse fatto un caffè, prima di uscire e non tornare mai più.
Lo stomaco si contrasse. Forse era fame, forse era paura: si girò di scatto e un bicchiere posato sul tavolo cadde, ma non si ruppe. C’era un letto, in cucina. Una branda bassa, arrangiata, disfatta. Non capiva se a turbarla fosse la presenza inspiegabile di un letto in cucina, o il fatto che avesse le lenzuola, e una coperta grigia, e conservasse ancora l’impronta di chi ci aveva dormito.
«Gianni! Gianni! Gianni…»
Una paura stupida, cacciata via con il pensiero che finalmente avrebbero avuto il posto dove mettere il grande armadio di sua nonna, quello che stava smontato in cantina e che ancora non si decideva a far restaurare. Quella strana cucina sarebbe diventata un angolo lettura perfetto, e già vedeva le due poltrone in pelle affiancate, il lume in mezzo, le finestre aperte dietro, e secondo i suoi calcoli dovevano affacciare proprio a sud.
Ecco, l’armadio da restaurare lo avrebbe messo là. Al posto di quell’orrenda cosa verde acqua, indefinibile altrimenti, che occupava la parete di una stanza da letto, un’altra delle porte aperta a caso. Un letto in ottone, una coperta bordeaux con profili in oro, e un altro bagno. Giallo. Quella era l’unica cosa interessante, l’ennesimo bagno. Mamma le aveva detto che i bagni non sono mai troppi, e quella sarebbe stata la stanza per gli ospiti che aveva voluto e a cui aveva dovuto rinunciare per un soggiorno più grande, nell’altra parte della casa. Sarebbero potuti venire i cugini dall’Olanda, e sarebbe stato davvero figo, perché quando andavano loro in Olanda li ospitavano in una vera dependance degli ospiti in quella casa enorme, e finora non avevano mai potuto ricambiare degnamente; mamma faceva sloggiare lei e sua sorella per liberare una stanza, e finivano confinate in salotto. Certo, bisognava cambiare l’arredamento, ovviamente, ma magari le piastrelle gialline che facevano tanto vintage ci potevano pure stare, perché no.
Ultima porta. Di colpo, pensò che avrebbe fatto meglio a chiamare Gianni, prima di aprirla. Ma Gianni chissà dov’era, non lo sentiva più da un sacco, forse era addirittura sceso giù per strada a prendere l’architetto.
Una stanza a elle. Singolare. In un braccio della elle c’erano librerie, e uno scaffale chiuso in legno. Nell’altro braccio, una grande scrivania, con sopra una lampada verde, di quelle che le erano sempre piaciute, e questa no, non l’avrebbe venduta; e ben tre finestre, di cui una era una porta finestra, che dava su un terrazzino. Ah, già lo sapeva, avrebbe adorato quel terrazzino. Un busto di Beethoven sul davanzale, di quelli classici con tutti i capelli scarmigliati. Avrebbe preferito Mozart, ma non ricordava di avere mai visto busti di Mozart in giro, in effetti. Forse nessuno lo aveva mai fatto.
La libreria era piena, e si immerse nei titoli. Pensò che anche quelli li avrebbe tenuti; anzi, tutta la stanza, le piaceva così tanto che l’avrebbe conservata intatta; presa dall’entusiasmo pensò che anche Beethoven sarebbe rimasto al suo posto.
Nello scaffale c’era un servizio di calici di cristallo blu, talmente bello che le parve un magnifico regalo di nozze da parte della nonna di Gianni, che aveva conosciuto solo in foto. Accanto ai calici, un block notes. Uno strano block notes con montagne innevate sulla copertina, non immaginava che facessero block notes così negli anni Trenta. Si sedette sulla sedia con lo schienale di pelle, alla scrivania, accese la lampada verde, aprì la prima pagina. Un titolo in tedesco, e la traduzione in italiano sotto, grafia diversa, penna diversa. La scomparsa di Ray Bradbury. E sotto in un angolo, una firma: Franz Kafka.
Lanciò un urlo. Il nonno di Gianni poteva avere un simile tesoro in casa? Un manoscritto autografo di Kafka? Scorse le pagine, ma erano tutte in tedesco, tutte in una grafia perfetta, minuta, allineata, in un inchiostro blu scuro che non era sbiadito col tempo, numerate in alto a destra con piccoli numeri cerchiati. E se non era autentico, cosa altro poteva essere? Uno scherzo? Una truffa?
Non capiva il tedesco; non capiva nulla di quello che c’era scritto, e chi poteva essere Ray Bradbury, Ray Bradbury era morto dopo Kafka, questo era certo, e allora chi era, forse un altro, forse un omonimo, e cazzo se avesse seguito il consiglio di mamma di studiare il tedesco, ora avrebbe potuto capirci qualcosa di questa strana assurda cosa che aveva tra le mani…
Ma non capiva nulla, se non qualche parola che le pareva vagamente familiare, und, gut, mein, e gli occhi annaspavano fra quelle righe senza trovare alcun appiglio. Capì che c’erano dei paragrafi, dei titoli, parole in coppia, forse nomi propri, o forse solo sostantivi — i tedeschi son strani, mettono le maiuscole anche alle parole normali — che scandivano ogni tanto il testo, seguite da un punto. Si aggrappò all’unica coppia che le sembrò in una lingua riconoscibile, inglese: Ann Gay. Era ripetuto due volte: “Ann Gay. Ann Gay”, e poi il seguito di nuovo incomprensibile, in cui si raccontava forse di questa Ann Gay, chi era, cosa faceva. Lo smartphone era in borsa, nell’altra ala dell’appartamento. Doveva cercarlo, doveva prenderlo. Si alzò, si diresse alla porta, la aprì, e in quello che prima era un ingresso non c’era più nulla. Solo muri, muri bianchi, nessuna porta, niente di niente. Urlò, e questa volta fu di terrore. Gianni, Gianni, Gianni, dove sei, vieni a prendermi, cosa succede, ma nessuno rispose, e le sembrava che la sua stessa voce non si sentisse; forse restava strozzata in gola, o forse sì, usciva, ma si perdeva in quei muri, assorbita, come fossero di gomma, di ovatta.
Richiuse la porta. Beethoven la guardava di traverso; sembrava ghignare, adesso. La luce verde era livida, il manoscritto giaceva sulla scrivania e parole vuote le venivano in mente, a caso, come una formula magica, di cui non riusciva a trovare la giusta chiave.
Riaprì la porta. Tutto era tornato a posto. La porta a vetri che dava sul salone, la porta bianca con il citofono, la cucina. Aprì la prima: stanza da letto. La seconda: il bagno. La terza: lo studio da cui era uscita. Mancava una porta. Quella che la riportava al mondo, da Gianni — Gianni dove sei, che cazzo di fine hai fatto, perché non mi senti, dove cazzo è la porta, maledetta porta maledetta. L’ingresso. Sì, sarebbe uscita per le scale, e poi per strada. Provò, ma era sbarrata. Chiusa a chiave: da sempre, forse. Il citofono. Lo alzò, ma era finto, muto, staccato, morto, anch’esso da tempo immemorabile. La coda dell’occhio si posò sul letto in cucina, e la coperta era più in ordine, ora; e si sentiva un odore di caffè, e le lenzuola posate sui divani in salone erano spostate, erano mosse, come increspate da un vento, una corrente che non c’era, non ci poteva essere nessuna corrente, le finestre erano chiuse, erano sprangate…
Lo studio. Il terrazzino dello studio. Sarebbe uscita là, e avrebbe gridato. Qualcuno l’avrebbe sentita e tutto sarebbe finito. Rientrò, si avvicinò alla porta finestra, ma Beethoven rideva. Sì: rideva proprio, stavolta. Ah, lo sapeva, se avesse avvicinato la mano alla maniglia la statua avrebbe fatto qualcosa, le sarebbe caduta addosso, sulla mano, sul polso, glielo avrebbe spezzato, rotto, le punte di quegli strani capelli conficcate nella carne. Gianni, Gianni, dove sei, ti prego, dove sei.
Uscì di nuovo nell’ingresso. Ricontò le porte, ed erano tornate sette. Sei: salone, ingresso, cucina, stanza da letto, bagno, studio; e sette: e la porta da cui era entrata. Ma che stupida, era chiaro, era entrata nel panico e prima non l’aveva vista. La aprì trattenendo il fiato, e quella cedette docile alla sua mano; la richiuse, e si accorse mentre lo faceva che aveva lasciato la luce accesa, dall’altra parte.
«Gianni…»
«Oh, ma dov’eri finita? Non ti trovavo più, è da un’ora che ti cerco, il cellulare suonava a vuoto, mi hai fatto prendere un colpo…»
«Gianni, ero di là.»
«Di là dove?»
«Nell’altra ala dell’appartamento. Non mi avevi mai detto che la casa è così grande.»
«Ma quale altra ala?»
«Quella dove c’è lo studio di tuo nonno…»
«Ma che dici? Guarda che l’appartamento è questo. Lo studio era accanto alla sala da pranzo, non ti ricordi?»
«Gianni, io ho visto tutta l’altra parte della casa. C’è un salone, un bagno rosa, una cucina con uno strano letto, e ci sono tutti i mobili, e c’è un armadio verde, e lo studio con Beethoven, e i calici blu, e… Gianni, tuo nonno ha un manoscritto di Kafka, capisci? Un manoscritto di Kafka!»
Gianni la guardava sconvolto. Non aveva mai dato segni di squilibrio. Una volta si era fatta una canna, è vero, e aveva delirato un po’. Un’altra volta si era ubriacata con il prosecco. Ma non c’era prosecco a portata di mano, e meno che mai canne. Poteva aver fatto un sogno, ma l’aveva cercata ovunque, e non l’aveva trovata a dormire da nessuna parte.
«Ti prego, mi fai paura. Stai dicendo cose senza senso.»
«Gianni, la porta, ora la apriamo e…»
«Quale porta?»
«Questa…»
Si girò, perché la porta era alle sue spalle, e così avrebbe portato anche lui, e gli avrebbe fatto vedere il manoscritto… La parete bianca, con le impronte dei quadri che erano stati rimossi, si stendeva placida, intatta, davanti a lei.
«Ma non è possibile, io… qui c’era una porta, c’era… ho lasciato la luce accesa, e c’era un manoscritto di Kafka, su un block notes, si chiamava La scomparsa di Ray Bradbury…»
«Ray Bradbury?»
«Sì…»
«Ray Bradbury è morto sicuramente molto tempo dopo Kafka. Quindi, hai sognato. Non so dove, come, ma è evidente che stai delirando.»
Le si avvicinò al viso, sussurrando:
«Ti prego, c’è l’architetto. È inglese, ma capisce perfettamente l’italiano. Ci stiamo facendo una figura di merda. Per favore.»
«L’architetto?»
Guardò oltre Gianni, e vide una donna bionda, occhi azzurri, sorridente.
«Sì, vieni, te la presento. Ecco, lei è Ann, il nostro architetto. Ann Gay.»