C’eravamo io ed Eva uniti da un tavolo, barricati dentro il pub in penombra, con la fine del mondo fuori nelle strade. Occhi legati da sopracciglia affrante, fiati di affanno sputati verso le labbra dell’altro, tentavamo di imporci la calma a vicenda, a forza di nomignoli che una volta detti suonavano come pizzicotti sul culo dei ricordi migliori. Fuori, sirene inseguite da fiaccole, nebbie e fumogeni in masse contrastanti, uragani di sdegno e poca, troppo poca solidarietà.
Non ci nascondevamo, non avremmo opposto resistenza quando il momento sarebbe giunto, tentavamo soltanto di ignorare la fine fino, appunto, alla fine.
Le parlavo del fascino di un’epidemia zombie, la tragedia perfetta. Immaginavo quell’annullamento di una civiltà che nemmeno una guerra saprebbe donare, un conflitto senza superstiti in grado di scrivere il dopo. Il lento spegnersi della storia, cadavere dopo cadavere. Era così rassicurante pensare che assieme al terrore e all’isteria, sul limitare del concetto stesso di essere umano, ci sarebbe stata anche un’immensa libertà.
Eva non sapeva concepirla come assoluta, la libertà, parlava dal fondo di quella coscienza che secondo lei ci avrebbe sempre frenato. Non ne aveva una concezione fluida, la vedeva come un fondamento, dono o imposizione, dell’anima stessa. Chi non aveva coscienza secondo lei era sostanzialmente un animale e allora il suo era istinto, mica libertà. Eva non ci perdonava nulla delle nostre scelte, per lei tutto ciò che ci stava capitando era un castigo ed era solo grazie alla sua fierezza e alla luce di accettazione che le inumidiva gli occhi che io potevo permettermi di stare lì a testa alta.
Sarebbe stata un’ottima cattolica se non avesse amato bestemmiare così tanto, soprattutto nell’ultimo periodo.
Bevevamo da un solo bicchiere, sebbene ce ne fossero a decine di tutti i tipi e forme, e quando fu vuoto si alzò per andare a spillare un’altra Scotch Ale. Una goccia rimbalzò e le finì sulla lente degli occhiali. Li tolse e li tenne con due dita mentre raccoglieva il boccale con la stessa mano. Sbatté vetro contro vetro, schiumò la birra, le cadde tutto, raccolse gli occhiali e tirò un calcio al bidone metallico lì a fianco, ricominciò da capo. Pareva che svolgesse tutte quelle operazioni cercando di produrre il massimo del rumore possibile. Non per interrompere il nostro silenzio, ma per coprire il frastuono proveniente da fuori.
Tornò di fronte a me, dove era sempre stata.
Con sguardo assente mi parlò di sua nonna. Prese a dire che negli ultimi giorni prima di spegnersi sembrava un po’ un morto vivente: stava lì senza capire e sbavava agitata, quando mangiava, metà di quello che aveva in bocca le colava fuori, muoveva così tanto oltre la pena da fare paura, biascicava sillabe sconnesse e se ti avvicinavi troppo provava pure a morderti con i denti che non aveva. Li teneva sul comodino accanto ai fiori, palloncini e auguri sporchi di polvere.
Eva rievocava sempre i momenti peggiori, un bozzolo di tristezza, mestizia e imbarazzo che la affascinava sempre, come se davvero l’esperienza ci avesse resi più forti, più pronti. Come se grandi dosi di alcol e malinconia potessero stemperare i timori immediati in una palude di rassegnazione.
Dipingevamo strade deserte, tagliate da erbacce e strisciate di sangue, gusci di appartamenti spolpati, raggi di sole impolverati, scheletri abbracciati sui letti, paraboliche gementi impiccate sottosopra sui tetti, lamenti di mobili scricchiolanti, luna park abbandonati da ogni divertimento, fotografie sbiadite, una marea di fotografie strappate e rinsecchite, giornali gialli, interi, ritagli, pagine, parole, libri, briciole, brecce, ragnatele, resti. Un pub frequentato da fantasmi, frammenti di vetro, sedie decomposte e pavimenti freddi. Entrambe le metà del bicchiere vuote.
Cercavamo l’emblema dell’abbandono, io e Eva, il simbolo perfetto di un’apocalisse che in fin dei conti meritavamo e che avremmo sognato per tutti. Anche se nessuno oltre a noi sarebbe stato sacrificato quella notte. Eva propose un orsacchiotto di peluche, lercio, senza un arto o un occhio, abbandonato sul vialetto di una fuga. Apparteneva al figlio che mai avremmo avuto. Brindammo d’accordo con due unghie sullo stesso bicchiere.
«Se io sapessi che il mondo sta per finire, intendo finire del tutto, l’intera umanità divisa tra sbranati e cadaveri redivivi, se io avessi questa certezza, proverei un infinito sollievo. Sarebbe un destino equo e chissenefrega se non tutti lo meritano».
«Cosa te ne importa degli altri se tanto sei tu, noi, a scomparire?»
Mi strinsi nelle spalle: era l’unica idea di giustizia che mi sentivo di abbracciare appieno.
«E poi… Se siamo tutti nel regno dei cieli e la terra è abitata solo dalla morte, allora tanto vale ricominciare daccapo per il tuo caro Signore. Mannaggia a lui».
Eva non rispose, mi rubò il bicchiere e tracannò metà birra. Nonostante ci fosse ormai ben poco da perdere, si scusò per il rutto.
Anche con le nostre vite in gioco, non potevo far altro che ritenere una grandissima pagliacciata quella che si stava svolgendo fuori, quella sentenza in cui saremmo stati trascinati a forza.
Adùlteri, clandestini, ladri, assassini, bari, traditori, bugiardi, bastardi, senzatetto, pedofili, aguzzini, liberi pensatori, artisti, folli, molestatori, ritardatari di ogni risma, dissidenti, pusillanimi, sarcastici, sadici, disordinati, poco importava cosa fossimo: eravamo la loro catarsi.
«Nessuno vuole davvero redimere un proprio simile».
«Non esagerare».
Eva, ecco, forse solo Eva, se non fosse stato per un amore più grande, sarebbe stata là fuori a tentare di salvare tutti quanti da loro stessi.
Non ci baciavamo oltre quel tavolo sporco cerchiato di birra e intaccato da anni di brindisi feroci, avremmo aspettato l’ultimo secondo. Perché era troppo doloroso immaginare il sesso e perché quel nostro modo di bere e parlare, bere e guardarci, parlare e bestemmiare, guardarci e insultarci e bere sputando sentenze e bestemmie e dirci che ci amavamo, porcodio se ci amavamo, quello era il nostro gioco, la nostra preghiera, il nostro rito. Eravamo noi al nostro apice.
E poi lei mi avrebbe mangiato, sedutamisi in braccio, graffiandomi la schiena e incendiandosi nell’attrito della nostra pelle, mi avrebbe addentato la gola e io avrei fatto altrettanto. Non avevamo le posate adatte per gustarci e allora ci saremmo spogliati fino alle ossa.
I rumori divennero più forti, la città intera era radunata là attorno. Oltre i vetri e le cataste di tavoli si intuiva il tremolio delle fiaccole e la turbolenza di una folla. Sapevano che eravamo lì dentro.
Il sangue avrebbe iniziato a scorrere ben prima del loro arrivo, non l’avremo visto nemmeno, intenti ad annullarci se possibile più di quanto era intenzione dei nostri carnefici. Ci sarebbe stato solo il suo gocciolio, prima cadenzato, poi accelerato, poi frenetico, poi un fiume. Addentami alla fonte, esponi l’anima nell’estasi e recidi il cordone di difetti che la rende mortale. Liberaci dalle insicurezze.
Colpi alla porta, polvere di intonaco che cade dal soffitto. Urla, parole, linguaggi umani di annientamento.
«Forza Eva, non ci troveranno più».
Troveranno solo i primi due morti viventi sulla faccia della terra.

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In copertina: Richard Riemerschmid, Wolkengespenster (1897).