Un fatto davvero davvero orribile è occorso in mattinata nella nostra placida cittadina, e a me, sottoscritto Maresciallo Meier Friedrich, di stanza presso i locali uffici di polizia, tocca l’amaro compito di verbalizzarne lo svolgimento senza omettere anche il più barbaro dettaglio, quando invece dal mio tenero animo di padre di famiglia e di individuo dotato di pietà umana sarei consigliato di tacere e dimenticare il misfatto quanto più rapidamente possibile.
Ma ora, per andare senza più tentennamenti alla cruda cronaca dei fatti, stando alla ricostruzione fornitaci da parte dei numerosi testimoni oculari si può ben affermare che la spaventosa azione in oggetto si sia sviluppata e conclusa in una manciata di secondi, tanto da non poter permettere ad alcuno dei presenti di intervenire in difesa della povera vittima.
Il colpevole, che da qui in poi – ignorandone le reali generalità – designerò semplicemente come “l’imputato”, spuntava di prima mattina tra le vie del centro. Si faceva notare da più di uno dei nostri concittadini per l’insistenza con cui si informava in giro circa domicilio e abitudini dei coniugi che avrebbero poi subito il gravissimo crimine da costui perpetrato. In secondo luogo, l’imputato non passava inosservato agli occhi di chi avesse avuto modo di incontrarlo per la strada che conduceva al mercato domenicale per via della pelle olivastra, niente affatto comune dalle nostre parti, per il forte accento forestiero e per i tratti marcatamente semitici, benché assistito, al contrario della maggior parte di quelli che sono i suoi presumibili correligionari, da una statura sopra la media accompagnata a un fisico robusto e ben piazzato.
Nella piazza principale, come da ricorrenza per tutte le seconde domeniche di giugno, era stato allestito il mercato agricolo con l’esposizione dei prodotti di stagione, affiancato da una piccola fiera campionaria con bestiame e attrezzi. Come di consueto, la partecipazione popolare non si era fatta attendere: un gran numero di concittadini gremiva la piazza sin dalle prime ore, per comperare frutta e ortaggi freschi, curiosare tra la fornita rassegna di utensili e godersi i piacevoli spettacolini inscenati da alcuni artisti di strada. Malauguratamente, immersa nella folla si trovava anche la poverina, una donna gracile, pallida, reduce da una gravidanza e un recente travaglio piuttosto complicati. Spingeva la carrozzina affiancata dal marito: adagiatovi dentro c’era il loro pargolo a una delle sue primissime uscite all’aria aperta.
Ebbene, non erano ancora scoccate le dieci antimeridiane quand’ecco che la coppia si sentiva chiamare per cognome, a gran voce. A reclamare la loro attenzione era appunto l’imputato.
Malgrado i vestiti dalla vistosa foggia cittadina e le suindicate peculiarità fisiognomiche con cui si presentava, i due non si insospettivano più di tanto, ma attendevano incuriositi che l’uomo li raggiungesse. Questi, fattosi sotto con celeri e lunghe falcate, non appena la vicinanza glielo permetteva, senza troppi preamboli si avventava sul neonato con aria forsennata.
Chi ha avuto la possibilità di assistere alla scena descrive i di lui tratti come deturpati da un’improvvisa furia disumana: il volto arrossato, gli occhi strabuzzati, la bocca digrignata, le grandi mani rattrappite come artigli.
Mentre afferrava il bimbo in fasce lanciava rauche grida espresse in una lingua tutta sua, piena di aspirate, che nessuno dei presenti poté riconoscere o anche solo vagamente afferrare.
Fatto sta che senza alcun impedimento (colti di sorpresa dalla rapidità e dall’insensatezza del gesto, infatti, né i genitori né le persone lì intorno ebbero la prontezza di reagire per tempo) il furfante, in maniera del tutto immotivata, prelevava il piccolo dalla carrozzina e, trattenendolo per una gamba, iniziava a farlo roteare per aria nello sgomento generale. Dopodiché procedeva a schiantare ripetutamente il figlio della coppia contro un vicino muretto, sempre più inferocito, non smettendo nemmeno per un attimo di emettere i suoi strilli intraducibili.
Non gli ci volle che qualche attimo per ritrovarsi tra le mani un corpicino mutilato e straziato, con la testa completamente spappolata e ormai quasi totalmente priva della parte superiore del cranio. Non pago, si liberava infine dell’innocente gettandolo in malo modo oltre la balaustra che separa piazza e lungofiume, con il disprezzo che si riserverebbe a un sacchetto di spazzatura, in modo tale da farlo ricadere tra le acque sottostanti. Ancora vi galleggiava imporporando la corrente attorno a lui allorquando fu recuperato, di lì a breve, dai nostri agenti.
Ne seguiva un giustificabile trambusto, da cui l’imputato fu salvato solo per nostro tempestivo intervento, un momento prima che la folla si decidesse a un pubblico linciaggio. E se io stesso mi sono convinto – confesso controvoglia – a frapporre me e i miei uomini tra il criminale e la sollevazione di piazza, non è stato tanto per ottemperare freddamente a quella pubblica sicurezza cui l’uniforme che porto mi obbliga, ma unicamente per la volontà di consegnarlo agli organi preposti, che entro non molto – confidavo – avrebbero saputo comminare a una tale belva sotto spoglie umane l’esemplare pena capitale che si era meritata. Male me ne incolga, dico ora, per questa mia ligia osservanza delle regole! Ma proseguiamo…
Contro ogni nostra previsione, dopo un’enormità come quella appena compiuta l’imputato si arrendeva docile al nostro arresto. A seguito di una sommaria perquisizione, in attesa di essere tradotto alle patrie galere, veniva perciò assicurato nella prima cella disponibile tra quelle predisposte per i fermi di polizia nei sotterranei dell’edificio in cui è situato il commissariato.
Mi raccomandai con i sottufficiali di guardia che nessuno dei nostri agenti fosse tentato di dare una “ripassata” al prigioniero ricorrendo al manganello d’ordinanza, benché convenissi che per mostri del suo pari tale pratica fosse tutt’altro che disdicevole. Eppure quel che mi premeva al momento era che il soggetto si presentasse al processo, che immaginavo sarebbe stato istituito per direttissima in capo a un paio di giorni al massimo, senza alcun segno che potesse trasformarlo agli occhi di qualche anima pia in vittima, da sanguinario carnefice qual era in realtà.
Quando fu spogliato degli effetti personali, addosso non gli fu rintracciata alcuna arma o altro arnese atto all’offesa. Unica particolarità: un curioso orologio da polso dal voluminoso bracciale in metallo. Il quadrante dell’orologio appariva di un verde vivo e baluginante. Sopra erano assenti le classiche lancette e vi si poteva invece notare una serie di numeri intermittenti dai contorni squadrati che sembravano segnare una sorta di conto alla rovescia.
Devo ammettere – a titolo di corollario, può anche darsi del tutto trascurabile – che quell’oggetto così insolito mi impressionò non poco, nonostante vi avessi indugiato per pochi istanti (non mi pareva infatti il caso di prestare una maggiore attenzione a particolari di tale futilità). Nella mia mente preferii catalogarlo sbrigativamente come una di quelle novità un po’ strampalate che vanno di moda tra gli abitanti della capitale.
Dopo averlo fatto “accomodare” dietro le sbarre, tentai più volte di far confessare all’imputato le ragioni di una così grave scelleratezza. Tornavo ogni quaranta minuti precisi, sperando di carpirgli qualche parola preziosa, ma lui rimaneva trincerato in uno spossante mutismo. Solo durante l’ultima di quelle visite, di sfuggita sibilò qualcosa circa la propria identità. Nel suo tedesco stentato le sue parole suonarono più o meno così: «Sono un pronipote di Simon Wiesenthal. Oggi ho definitivamente coronato la missione del mio illustre avo, intervenendo alle radici del problema!» e lo diceva come se tutti quanti dovessero essere a conoscenza di quello strano nome che pronunciava con tanto sussiego e che è probabile si fosse inventato di sana pianta, in quella che dava l’idea di essere nient’altro che una pura farneticazione.
Quando venne l’ora dei pasti dalle cucine gli fu condotto il classico vassoio con pane nero e brodo di cavolo. Un attimo dopo l’agente addetto a servirgli la cena correva al mio ufficio, dentro cui faceva irruzione senza neppure bussare. «È sparito!» balbettò in preda a un sincero sbigottimento.
Mi fece strada ridiscendendo giù per le scale sino alle celle sotterranee. Alla fine della corsa a perdifiato potei appurare di persona che il ripostiglio mal rischiarato era desolatamente vuoto. Contro ogni logica, dopo successivi e più attenti esami nella camera di contenzione e sulla porta a sbarre non risultava la benché minima traccia di effrazioni, varchi o forzature.
Scoprimmo in seguito che anche lo strano aggeggio che l’imputato portava al polso al suo ingresso in carcere era sparito dal piccolo magazzino che contiene gli oggetti confiscati ai detenuti.
Ecco che, come se già non bastasse quanto accaduto al mercato, ora per giunta sarà mio dovere recarmi presso la sobria struttura dove il doganiere Alois Hitler, nostro onesto e stimato concittadino, lavora e alloggia insieme alla giovane moglie Klara per comunicare loro la misteriosa fuga dello spregevole assassino del loro caro Adolf, all’incirca a un mese dalla sua nascita.
Cercherò di addolcire la brutta notizia confermando tutto l’impegno che profonderemo nella ricerca del fuggiasco e degli ipotetici complici, anche se non so quanto questo possa essere loro di conforto…
Una cosa ancora posso confidare ai presenti fogli: che difficilmente, coi nostri esigui mezzi, verremo a capo di un episodio tanto increscioso e ingarbugliato assieme.

Herr Marschall F. Meier
Addì 9 giugno 1889, Braunau am Inn

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In copertina: Alfred Kubin, Vergessen – Versunken, 1903.