Delta

“And all the children are insane, all the children are insane
Waiting for the summer rain”
(Jim Morrison, The End)

I.

Sembra che la realtà sia ormai un piano inclinato e il mondo una biglia d’acciaio impegnata nel moto perfetto del suo scivolare verso la rovina.
Tutto sta per finire. I dispositivi di distribuzione di notizie non dicono altro, trovarne uno che non preannunci la catastrofe è quasi impossibile; e così inserire il numero massimo di parole chiave, nel tentativo di restringere il campo, non serve a niente. La morte permea ogni cosa, i desideri, le azioni, le aspirazioni. Ma io e mia madre non siamo preoccupate dal mondo che si avvicina alla fine. Per lei è una promessa mantenuta, sono i sette sigilli che si sciolgono e le sette trombe che vengono suonate una dopo l’altra, preparando l’avvento del regno celeste; gioisce della catastrofe incombente e ride del fatto che Apocalisse sia il nome che i senza Dio le danno, contraddicendo se stessi. Quanto a me, il mio mondo personale è diverso da quello comune. E non parlo solo di quello vago in cui mi muovo stupita mentre dormo; è che io non vedo nulla di diverso, la mia vita continua immutata giorno dopo giorno. Io sono io e chi danza là fuori è solo contorno.
E poi ad aiutarmi c’è il Delta. Le guerre chimiche, la civiltà che regredisce, gli orrori che si aggiungono agli orrori e tutto il resto, qui sono giunti attutiti, quasi addolciti. Da quando ho memoria questo corridoio nel Delta è avvolto dalla stessa nebbia sottile, perenne e malsana; i miasmi e un cielo di un grigio compatto di giorno e di un nero traslucido di notte gli fanno da sentinelle, e la sua voce è il frullare d’ali di uccelli in fuga, il gracidare delle rane, il rimestare nascosto dei tritoni e il richiamo di animali di cui non sono mai riuscita a indovinare la forma. Continuando, la palude lascia il passo a specchi d’acqua che nei rari giorni di sole sembrano d’argento, per poi tornare al fango, all’odore di putrefazione che sale dai fossi, e alla fine del viaggio la grande acqua, il Po che muore nel mare.

La scuola è finita con un mese di anticipo quest’anno. Anche quella che continuiamo a chiamare estate, una strana afa che appiccica i vestiti alla pelle e che a persone come me fa ridere di rassegnazione, ci è piombata addosso in anticipo.
È mattina presto. Mia madre è sveglia ma non è uscita dalla sua stanza; vestita di bianco, starà recitando le maledizioni che lei crede essere preghiere, in ginocchio davanti alla madonna sorda che la veglia dal comodino.
Infilo gli stivali, esco. Il cielo è lattiginoso, luminescente. Stanotte ho fatto un sogno. Un uomo che non conosco, un giovane vecchio segnato dal dolore, mi ha raccontato una storia e mi ha dato delle istruzioni precise. Ho avuto la sgradevole sensazione che sia entrato di proposito sulla scena, che non facesse parte del mio mondo interiore, misterioso ma pur sempre mio, ma che ne imponesse la presenza una forza esterna, una volontà a me aliena. Un sogno mattutino, una delle specie più pericolose. Ho quindi un compito oggi, e forse proprio per questo decido di ribellarmi e di non rinunciare al gioco che faccio in giorni vuoti e liberi come questo. Mi porterà fuori strada, ma è un rischio calcolato.

Esco sul campo ingombro di erbacce e rifiuti su cui si affaccia la casa. Punto a est – mio padre ha fatto in tempo a insegnarmi l’est quando ero solo una bimba felice in un mondo in cui era ancora lecito coltivare speranze. Supero il fosso, un rigagnolo rossastro. Al canale mi arresto. Mi acquatto tra le canne e aspetto la prima libellula. Arriva, mi vola sulla testa, indugia come solo gli insetti sanno fare. Riparte e io le corro dietro, gli occhi puntuti come spilli e mobili come quelli di un animale da preda. Affondo gli stivali nell’acqua putrida, fino al ginocchio, mi fermo quando lei si ferma, mi abbasso a pelo d’acqua per non perdere il contatto visivo e ancora mi rimetto a correre, a tornare indietro, a girare su me stessa, in una specie di mimesi con la libellula.
Durante il gioco, non so mai dove sto andando e mai dove arriverò e sono questi inseguimenti il metodo con cui ho esplorato palmo a palmo questa parte del Delta e ho imparato a vivere in un acquitrino senza soffocare, senza sentirmi in prigione, aspirando a una redenzione che non sia già dentro di me.
Quando arrivo alla chiusa, con la vecchia casa che emerge per metà come un morto affogato che ritorna dal fondo, la vedo. Meglio, la riconosco. Ho la sensazione netta di avere davanti la me stessa di qualche anno fa. Avrà al massimo dieci anni. Porta un vestito chiaro, sporco di fango e sbrindellato. Mi dà le spalle. Lancia sassolini nell’acqua, e sotto il braccio libero stringe qualcosa, sembra un libro o un quaderno. D’improvviso la libellula del gioco diventa lei. Ma quello che voglio adesso non è solo inseguirla senza una ragione che non sia quella di correre e appropriarmi del Delta, ma è prenderla. Avanzo a passi lunghi ma ponderati, nella speranza che non mi senta, per sorprenderla e impedirle di scappare. Il terreno è molle, chiazzato da piccole pozze di acqua limacciosa. Quando sono a pochi metri gli stivali tradiscono un lamento. Si volta e mi guarda dritto negli occhi; accenna un sorriso. Aspetta che io sia a un passo per correre via lungo la sponda erbosa. La sua non è la fuga di un animale braccato, corre con metodo, come seguendo un programma. Si guarda indietro per controllare se la distanza tra noi due si sia ridotta. Dove il greto diventa pietroso la bambina abbandona la riva e piega verso l’interno. Una gavia si alza in volo e io resto un attimo a guardarla, una distrazione che rischio di pagare a caro prezzo perché la bambina cambia nuovamente direzione sparendo tra i giunchi. Ricompare subito per fortuna. Continua, veloce. Ma non quanto me e questo mi rassicura. Non so se la sua tranquillità apparente sia coraggio o determinazione o incoscienza. Poi penso che anche il suo potrebbe essere un gioco. Ma alla fine capisco. È il libro che tiene stretto sotto un braccio che le dà la forza di scappare, e che è lo stesso libro che ne dà a me. Conosco questa parte della laguna e tutto il Delta a menadito e so che poco più avanti la marea la rallenterà e non ci sarà più niente da fare. Ancora un minuto e la bambina perde tutto quello che ha da perdere. E tutto io vinco: il gioco che avevo cominciato appena fuori di casa, la libellula, il libro. La bambina che mi somiglia ora imputridisce in una barena, la testa fracassata da un liscio sasso di fiume, le carni a macerare nell’acqua salmastra che ne farà brandelli simili a quelli del vestito da stracciona che indossa.
Recupero il libro che galleggia nell’acqua bassa, prima che sia irrimediabilmente perduto. Il titolo, Confessioni di un mangiatore d’oppio di De Quincey, non mi dice nulla. Ritorno sui miei passi. E aspetto una libellula per rimettermi a correre. C’è un mondo unico, il mio; e un altro, il Delta, sospeso sotto la caligine, indifferente al resto, anche se ancora per poco.

II

Lowell attese un cenno d’assenso dall’ufficiale medico, quindi entrò nel ripostiglio. Destò la cavia dallo stato ipnotico e dopo un paio di minuti la accompagnò fuori sostenendola con un braccio. La fece accomodare su una sedia a dondolo con lo schienale mezzo sfondato. Una ragazza entrò nella stanza con un vassoio, si inginocchiò davanti a Bruna e la aiutò a rifocillarsi. Bruna bevve a piccoli sorsi il bicchiere d’acqua che la donna le porgeva e consumò voracemente il contenuto di una scatoletta. Lowell controllò con una lampadina se le pupille si fossero dilatate, poi le misurò la pressione con un vecchio sfigmomanometro, segnando gli esiti su un modulo. Solo a quel punto Saint-Cristopher e Kaminski si avvicinarono per parlare con lei. Saint-Cristopher le pose domande su domande, a cui Bruna rispose con calma, scandendo bene le parole. Pianse, ma spiegò tutto, precisa, permettendo di redigere un rapporto completo.
«Avete finito?» chiese Lowell, che era tornato con in mano una siringa di vetro con l’ago coperto da un batuffolo di ovatta.
«Sì, abbiamo finito per ora» gli rispose Saint-Cristopher.
Lowell si chinò, le carezzò i capelli, la ringraziò e le disse che era stata bravissima. Trovò la vena adatta nell’incavo del braccio e iniettò spingendo lo stantuffo molto lentamente.
«Cavallo Magico?» chiese Bruna chiudendo gli occhi.
«Cavallo Magico» rispose Lowell riponendo la siringa in una scatoletta di latta.
«Comunque dal vivo sei molto meglio, Kaminski» disse alla fine Bruna sorridendo al giovane vecchio che stava lasciando la stanza, prima di abbandonarsi spossata sulla sedia, a dondolarsi piano.

III

Diario di Slav Kaminski – Berlino, Base dell’ex Memoriale dell’Olocausto, 18 dicembre, Anno XVII

Alla fine ci siamo riusciti. È stata una fortuna che nel gruppo dei sopravvissuti che abbiamo accolto l’inverno scorso ci fosse lo svizzero. Lavorava alla Sandoz prima del giorno del giudizio. Dreser da solo probabilmente non ce l’avrebbe mai fatta. Delta-9-Thc e peyotl, quindi niente di nuovo, nulla che i nostri chimici non avessero già sperimentato, in apparenza. E invece sì, ancora la canapa che coltiviamo nelle serre e mescalina, ma questa volta in un equilibrio perfetto. Il nome che il Comitato ha deciso di dare ufficialmente alla droga è Delta, ma la distribuiremo mischiata a quella bevanda surrogata di tabacco e caffè che usiamo per gli aspiranti suicidi, e quindi finiranno tutti per chiamarla smoka, e basta.
Abbiamo fatto rivivere a Bruna un giorno della sua adolescenza, quello in cui è scappata di casa dopo aver ucciso la madre, poco prima che il mondo collassasse. Siamo riusciti a pilotare il flashback e a rimodellarlo, sceneggiarlo secondo le nostre esigenze. Aveva davanti una bambina e si è accorta che l’abbiamo disegnata pensando a lei. Eppure non ha esitato un attimo a fare quello che era opportuno. Peccato che dal viaggio non sia riuscita a portarsi dietro anche il libro di De Quincey, non penso che avrò mai il piacere di rileggerlo, ma questa è un’altra storia.
Ora sappiamo di poter disporre di Cacciatori affidabili e anche di renderli capaci di portare a casa la preda senza pregiudizi e senza inibizioni; di incanalarne le pulsioni e l’aggressività per il raggiungimento di un risultato ben preciso.
Non ci sono dubbi sul fatto che solo la crudeltà riuscirà a risollevarci dalla barbarie e che sarà chi ne metterà di più nelle proprie azioni che sopravviverà.
Abbiamo organizzato già per domani la prima simulazione reale. Useremo uno dei piccoli prigionieri. La vita ha indurito i nostri cuori e comunque non c’è alternativa. Se tutto va come previsto, entro la fine dell’anno manderemo fuori Stolz, imbottito di smoka. Dopo l’esperimento Bruna è out; peccato, sarebbe stata un’eccellente cacciatrice.
Augurerei una buona fortuna, se ne fosse rimasta ancora in giro. E invece no.

Colonna sonora: L’enfant perdu, Harold Budd e AvalonSutra.

In copertina: Damaso Reyes, Holocaust Memorial, Berlin.

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