Nel suo italiano perfetto al limite della freddezza, Murray aveva chiesto all’autista in livrea di fermarsi lì, con i girasoli che li spiavano da ogni parte. Il sole di agosto, che non aveva timore di Dio, né conosceva clemenza e carità, lo ferì appena scese dall’auto.
Era ancora lontano e non amava camminare e i tre chilometri che lo separavano dal quadro gli sembrarono una punizione adeguata. Portava un cilicio invisibile; modi strani per espiare e personali criteri di misura.
Per quel giorno aveva scelto un completo bianco di lino e un semplice cappello di paglia, ampio, rurale più che coloniale, che regalava alla sua ombra un aspetto grottesco e a lui il blando spirito d’avventura e la serenità organizzata del turista. Scese dalla berlina da solo e da solo si mise in cammino. Riuscì a seguire lo sterrato solo per qualche minuto. I suoi passi lenti ma pesanti avevano fatto alzare una piccola nuvola di polvere chiara che gli raschiava la gola e depositava un velo impalpabile sulla sua fronte alta e squadrata. Stava ancora tossendo e imprecando tra sé in gaelico quando si immerse nei girasoli. Mentre avanzava aveva leggermente allargato le braccia, quanto bastava per far incontrare i palmi stesi delle mani con i fiori che si aprivano davanti a lui. La resistenza strenua al caldo finì di colpo insieme alla distesa gialla e al falso piano. Occorre concentrazione per non darla vinta al calore, per mantenere integra la propria dignità di fronte all’afa, perché basta una fessura, una crepa della volontà per cedere. Gli apparve poco più in basso la piccola chiesa. Le facevano una guardia distratta alcuni cipressi.
Si mosse sulla pianura ondulata e irregolare.
Murray sentì, mano a mano che si avvicinava, quella strana sensazione che precedeva i suoi incontri con Dio o con il pericolo: i muscoli si scioglievano, il corpo gli obbediva ciecamente, il torace e il cuore si contraevano sino a indurirsi. Superò un piccolo pozzo e fu davanti alla cappella sperduta nella campagna. Il pomeriggio era un coltello che tagliava il fiato, il sudore un rigagnolo che andava a morire tra i peli rossicci della barba. L’impazienza di verificare con i propri occhi un tarlo, una spina. Murray guardò l’orologio d’oro che gli avevano regalato il giorno dell’investitura.
Erano le tre. Strinse in una mano la croce cava che aveva al collo, un piccolo porta reliquie da cui non si separava mai, e sollevò lo sguardo, a guardare il Signore e le nuvole che si inseguivano in cielo e sparivano. Bussò due volte alla porta, con la determinazione che gli apparteneva. Nessuno rispose. Non ripeté il gesto e aspettò a un passo dai battenti. Alla fine venne ad aprirgli un uomo. A Murray, che sperava in qualcuno di diverso, sembrò poco più di un ragazzo. Gli dispiacque in un certo senso. Aveva i capelli neri, una camicia a quadri con le maniche arrotolate e un paio di pantaloni corti blu di tela. Portava gli occhiali; ai piedi aveva un paio di sandali. Era sudatissimo e sporco. Murray, nel bianco ancora presentabile del suo completo, si sentì fuori luogo, ma solo per un attimo perché era tutto fuorché così. Nessun altro avrebbe potuto trovarsi lì al posto suo.
Il giovane lo salutò con deferenza. Murray sorridendo gli chiese di trattarlo come si fa con un fratello più grande; gli prese la mano e la strinse forte, molto più forte di quanto fu capace l’altro. Entrò. Il ragazzo si scusò per il suo aspetto e per giustificarsi con un gesto ampio e plateale delle mani e delle braccia indicò l’interno della chiesa, cercando di abbracciare l’intero ambiente. I pochi banchi di legno erano scrostati e malfermi, i muri spogli e privi dell’intonaco, le colonne reggevano volte sbrecciate, il pavimento era ingombro di calcinacci. L’altare era un blocco unico di granito spagnolo azzurro. Aveva i bordi e gli angoli arrotondati e asimmetrici, come se l’avesse espulso, partorito la roccia, senza che dopo l’uomo vi avesse messo mano; sembrava appartenere a un tempo molto più antico di quello della chiesetta. Il ragazzo iniziò a raccontare della sua scoperta di quel piccolo edificio, due mesi addietro, e di come avesse ottenuto dal superiore del suo monastero il permesso di sottrarre tempo alla preghiera, allo studio e alle attività comuni per dedicarsi al recupero della chiesa. Murray lo ascoltò in silenzio. Passò due, tre volte le mani sulla superficie irregolare dell’altare. Guardò con una distrazione e un disinteresse che non riuscì a dissimulare l’affresco nell’abside, una crocifissione sbiadita e didascalica che l’artista era riuscito a restituire come un evento contingente, senza senso. E non riuscì a dominare l’impazienza, la spina: senza attendere che l’altro terminasse di parlare delle sue scelte gli chiese del quadro.
Il giovane monaco si accese di una gioia da bambino, eclissata subito dopo da una serietà forzata, forse ancora più infantile. L’aveva scoperto per caso in una nicchia ricavata nel pavimento sotto l’altare. Aveva dovuto spostarlo. Murray lo interruppe per chiedergli se l’avessero aiutato in quell’operazione, e mentre aspettava una risposta pareva che trattenesse il respiro. Il ragazzo disse che ce l’aveva fatta da solo e confermò che ne aveva parlato solo con i vertici della curia. Continuò. Aveva riposto il quadro in un angolo, senza fargli particolare caso. Gli era sembrata un’opera convenzionale. Raffigurava il Cristo trafitto al costato da Longino. Non ci aveva più pensato sino a tre giorni prima, al monastero, mentre seguiva con i confratelli il conclave in televisione. Solo allora il quadro lo aveva chiamato. Il giorno dopo, prenderlo e portarlo fuori alla luce del sole erano state le prime cose che aveva fatto. Aveva notato allora che i colori della tela erano più brillanti e vivi di quanto gli erano parsi la prima volta e che il Cristo era privo di espressione, e questo era evidenziato soprattutto dai lineamenti di Longino, chiarissimi, precisi. Non aveva trovato logico e sensato che il soldato sorridesse con lo sguardo non rivolto alla croce, che nel dipinto si stagliava in secondo piano con una profondità tale da mettere in discussione le dimensioni e gli equilibri delle figure, ma a chi osservava il quadro. Si era sentito attraversato e sbeffeggiato da quegli occhi. E poi il viso: era lo stesso che aveva visto in televisione e sul giornale di quella mattina. «Fammelo vedere» disse Murray perentorio, come se non ci fosse più tempo. Tradire le proprie emozioni non costituiva più un problema per lui. Sentiva l’odore della preda e solo a quello pensava: alla caccia, al trofeo.
Quando vide il quadro, Murray li riconobbe entrambi. Riconobbe lei. Era Beatrice Malinverni quella che salutava invisibile e beffarda dalla tela; anche se non l’aveva firmata, come sempre. Aveva aspirato alle tenebre, la Malinverni, e a essere un fantasma ancor prima di diventarlo. E a farsi scegliere dal fuoco per andare via, aveva fatto sparire anche il più piccolo granello del suo corpo, dei suoi gesti. I colori – il rosso che fiammeggiava, il blu che diventava liquido, il giallo più adatto all’oro di un idolo pagano che a un’icona o a un calice – l’anatomia perfetta, la magrezza e l’opulenza dei soggetti, senza misure intermedie, i temi biblici traviati e sovvertiti ogni volta da un particolare, che poteva essere un’aggiunta, un difetto, una loro interpretazione rigorosamente eretica, rendevano i suoi quadri inconfondibili. Non differiva quasi in nulla per tratti e tecnica dal suo maestro, il Melara. Con la differenza che lui il male, il diavolo, i demoni dell’anima li rappresentava senza mediazioni, mentre la sua allieva ricorreva al Libro e alla vita dei santi per i suoi omaggi al Satana. Murray ripensò alla sala dell’Ermitage a Leningrado, dove accanto ai Sette peccati capitali del 1587 del Melara, aveva contemplato immobile per un tempo indefinito il San Sebastiano attribuito alla Malinverni, l’unico suo quadro conosciuto e al sicuro dai suoi artigli in un museo, risalente allo stesso periodo, il corpo del martire insolitamente macilento e ossuto e privo dello sguardo, con gli occhi trapassati dalle frecce scoccate da un bambino ritratto di spalle in primissimo piano, vestito di bianco.
E insieme alla strega aveva visto chi non doveva essere visto, l’uomo che adesso tutto il mondo conosceva, proprio come aveva detto il giovane frate. Appoggiò il quadro sull’altare. Ringraziò il ragazzo e gli chiese se avesse da bere. Fu accompagnato in una stanzetta attigua alla cappella, dietro una porticina laterale che si apriva nella pietra. Il ragazzo prese due bicchieri di plastica e li posò su un tavolaccio di legno, coperto di libri, stracci e avanzi di cibo. Si voltò per prendere una bottiglia d’acqua che era per terra al fresco di un angolo. Murray tirò fuori la croce cava che pendeva dalla lunga catena sul suo petto. Dopo, bevve e nel mentre guardò fisso il monaco che faceva lo stesso. Nel minuto successivo, vide il ragazzo cedere agli effetti del cianuro. Vide, anticipando mentalmente nell’ordine ogni singola sequenza del processo, le sue vertigini, le mani che si stringevano al petto, la camicia che veniva strappata, l’affanno, il respiro che svaniva, gli occhi che roteavano dietro le lenti, il corpo che rovinava sul tavolo e poi per terra.
Murray prese da una tasca della giacca un telefonino e chiamò l’unico numero memorizzato nella rubrica. Mentre i due polacchi sopraggiunti dopo la chiamata prelevavano il corpo e lo portavano fuori per farlo sparire nel pozzo, Murray diede un’ultima occhiata alla tela, soffocò a occhi aperti la brama di tenerla per sé, la cosparse del liquido conservato nella sua fiaschetta d’argento e le diede fuoco. Pensò a tutti i roghi che avevano preceduto quello di quel pomeriggio, i roghi a cui era dovuto ricorrere per eliminare tutte le visioni perniciose di Beatrice Malinverni. E al fuoco che tanti anni prima ne aveva consumato i tessuti, le cellule ma non l’anima.
Poi, l’inquisitore accese uno dei sigari aromatizzati alla cannella che aveva fatto acquistare giù in paese, si appoggiò all’altare azzurro, vi posò un foglio di carta e iniziò.

Eccellenza, mentre le scrivo nostro signore Gesù è davanti a me. In croce. Non riesco a sentire approvazione, né perdono, né la sua carezza sul mio capo. Mi sorveglia, questo sì. Ma a me basta, ci sono abituato. L’approvazione siete stati sempre voi a darmela e al perdono devo provvedere da solo, sempre. Non è una lamentela. Lei mi insegna che il bene e la gioia di tutti non possono che passare attraverso il male e il dolore di pochi, non vi sono altre strade che assicurino l’arrivo.
I fatti, ora. Ho visto il quadro. È un Malinverni, senza dubbio: la scrittura del diavolo è facile da riconoscere, al contrario di quella di Dio. E chi nella tela trafigge il costato del Cristo sembra in tutto e per tutto lo slavo, il nuovo eletto – l’ho eletto anche io – Sua Santità in persona. Quello che voglio dire è che la scrittura in questo caso non è chiarissima, ma il dubbio è già cosa sufficiente, i detrattori conoscono bene il fango e i cento modi per plasmarlo e usarlo. Non si poteva rischiare altrimenti.
Termino con quello che certamente più le importa e le sta a cuore. Prima ho detto che il dipinto è un Malinverni. Non sono stato corretto, preciso, nei tempi. Non è. Era un Malinverni. L’ultimo, speriamo. E non ci sono più voci che possano raccontare quello che è successo qui. Solo quella della pietra. Quanto alla mia – e Lei lo sa bene Eccellenza – essa assumerà le sembianze e la consistenza di un pensiero, non appena avrò siglato questo foglio. Ultimerò i dettagli ini pochi minuti e tornerò subito a Roma. Vado, quindi.
La saluta il suo devoto servitore e figliolo
Duncan card. Murray

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In copertina: Ralph Gibson, Priest, da Quadrant, 1975.