L’ukulele verde del Vermont

Yes attraversa la piazza a passo svelto, un sole d’argento staziona nel firmamento, troppo splendente per essere detto luna. L’esame è andato bene. Sua sorella No lo aspetta ai piedi del monumento ai caduti, raccolta in un’impermeabile rosa, cuoio chiaro di ballerine, spire Marlboro Gold. Un glicine si inerpica rannuvolato. L’insegna fucsia del bar gelateria ne celebra la spumosa conversazione avvolgendone le membra in acida sacra aureola, fungo purpureo d’atomica, incruenti sbuffi di coriandolo. Una piccola colomba plana di piuma sul tavolino di plastica, rovescia il posacenere zabaglione, raggranella qualche mozzicone, scrolla il muso plumbeo alla moda del serramanico. Involucro di piume bambine, dormiranno attorno al minuscolo cuore di coniglio che le muove. Quanto è piccolo il cuore di un piccione, pensa No. Dio, cesellatore.

kerouac-sacred-heart

Nel Vermont un uomo si sveglia, è mattina inoltrata. Un sole basso gli scodella tra le ciglia aculei di luce, serrande allentate come bretelle. Sacra espirazione, l’ultima. La raccoglie nei palmi secchi delle mani, mani d’olivo. Quella s’allontana, ma lui non lo sa più. Gelo.
Yes e No non hanno mai visto quell’uomo. Il glicine non si scompone, la colomba perde una piuma. Nel Vermont un uomo è morto. Barba che cresce, ferma la gola.
Pioggerellina lieve, tremula sabbiolina che s’invola, ballerina spiritata che il vento innalza a Dio, la piazza concede al glicine carezze di velluto. Yes è di fronte a sua sorella. Lei alza al cielo l’ukulele verde del Vermont. Sono qui, Yes. Qui. Di fronte a te.

Sei anni e aver già visto la morte in ogni sua forma, aver brucato ogni singhiozzo disperato dei pezzenti che ti vivono addosso, da ogni disperata preghiera essersi fatta trivellare il cuore, aver ingoiato ogni scampolo di cielo acido, il seme di Dio e del Ratto e di Lucifero Smith che venne dai sobborghi di caviale e cocaina a portarvi il Verbo del Signore, ecco chi eri tu, Piccola Madonna degli Interstizi Bui, del Perdono e della Disperazione, immortalata a ventisette mesi su quella rivista per bambini d’Inghilterra, una reclàme per pedofili imbiancati, ecco chi eri tu quando vostra madre raccattava uomini in bombetta per le strade di Londra, umettandone i cazzi smorti e ricavandone hamburger succulenti e grassi e patatine fritte e biglietti del Cinema First per tutti voi, la Grande Famiglia delle Fogne, dei Cieli Riflessi, dell’Apocalisse Perpetua. Le schiene curve dei taxi, neroboom di cabs lucide come bare, bombate in volo radente, ogni tanto partiva uno sputo e voi lo bevevate di gusto, senza emettere fiato si dormiva nel ventre vuoto del vecchio Market Più, il prezzo lo fai tu!
Stantuffo che affonda, squarcio, polpacci-fontanella di mom, carne vizza e pendula.
L’assistente sociale scese come l’angelo dall’ufficio storico del palazzo di vetro, sprofondò le ciglia nei vostri esili colli, giraffa dalle gambe tozze, con l’abaco vi contò i denti in bocca, le dita delle mani, dei piedi, le costole, i capelli uno a uno, i nei, le lentiggini, le cicatrici, i capezzoli sacri. Eccoli qui i due little blondes, disse, eccoli! Eccoli in tutto il loro splendore! Yes e No, eccoli qua, brother and sister, sani sanissimi perfetti, con le unghie ripulite dalla merda raccolta, i calli estirpati, le orecchie bonificate, eccoli in tutto il loro splendore di piccoli lord inglesi! Lo stato giudice vi vide, ebbe compassione, puntò diecimila indici contro il ventre lasso di vostra madre, e solo quando questo cominciò a tremare vi offrì un gelato e un alloggio di tre stanze, ammobiliato, bianco di neve. La giraffa indossò una parrucca turchese per farvi ridere, un naso scarlatto di gomma piuma, vi offrì caramelle e giocattoli e dentiere da vampiro in poliestere, riviste di fumetti arrugginite e cups of long long coffee. Ma quando prese vostra madre in disparte, offrendole sicurezza in cambio di disintossicazione, quotidianità in cambio di quella promessa, capiste subito che faceva sul serio. No more drugs! Se vuoi i tuoi figli, No Drugs! Ehi, you, No Drugs! Ok? Mmmmm… Questo è l’alloggio, queste le chiavi, questi i vicini rompicoglioni, queste le grondaie e questa la parabola, questa è la finestra e questo il cesso senza finestra, questo il lavabo e questa la doccia, questo lo sgabuzzino e questo il numero dell’amministratore, questo il condizionatore e questa una scala, questi i muri e queste le porte, questo il soffitto e questo il pavimento, questa la nostra sola condizione.
Si dice responsabilità. Si legge sconfitta. Si scrive fuga.
Vennero a prendervi al Market Più due giorni prima di Natale. Tua madre non versò mezzo sputo di lacrima. Due giorni dopo, stretta al cadavere albino del Re delle Battone Nere del Parco Spino, la pescarono quelli della nettezza urbana, tre paia di guanti in lattice, un mandato speciale. Non un solo Giuda venne a pregare per voi, i tre soldi rubati a tua madre andarono in roba. Qualcuno riuscì a delegare a quella circostanza fortuita la fine della propria agonia. John pareva San Sebastiano quando, riverso tra i cassoni, li unse del suo Sacro Hiv+ Blood, un tempo così rosso da farne il mastino indiscusso della Rugby Union. Senza sentire nulla, senza sapere nulla, leggero come una valanga cadde. Lo zaino di vostra madre sparì, si salvò solo un piccolo ukulele verde.
Ve lo diedero.

Era un’ansia torrida, l’Italia, una promessa che speravate non venisse onorata, vi ci scortò un nottetempo-volo, la giraffa sedeva alla vostra destra, il copri-oblò su cui poggiava il muso lungo e pezzato sembrava la tazza del cesso della parrocchia di St. Paul, le hostess nient’altro che lampioni mobili dalle caviglie aerodinamiche.
Yes aveva Londra a fior di ciglia, se la scrollò di dosso con un gesto rapido del viso, un guizzo marziale della mano per salutare la nuova mom italiana, il nuovo dad, abbozzare un sorriso da reduce e riprendere la marcia. Reset. D’altronde era dei pesci, Yes, sarebbe stato mare anche una boccia, per lui. Niente da perdere, mai, tutto da ritrovare, don’t give a fuck boy! Oceano.
E poi c’eri tu, No, sua sorella, più piccola di qualche anno, bimba di pasta bionda, non chiedevi carezze, non ne accettavi da nessuno, non ne offrivi, non ne imponevi. Trovasti un gatto randagio e lo battezzasti Fritz, come quel vecchio porno-fumetto che ti mandava ai matti. Di colore indefinito tra le merda e il fieno ti fece immediata simpatia. A lui potevi dire tutto, davvero, lui sapeva. La frangetta di saggina, selvatica starlet coscia-di-luna, incendiario sax lungo due volte te, al liceo eri completamente pazza, pazza, pazza, mad crazy bitch! Insidiosissima. I gatti quando fiutano la falce spariscono, io non sapevo mai dove trovarti. Mi innamorai della morte anticipata che ti seguiva ovunque, becchino d’amore, dove intravedo tragedia corro. Qualche mese insieme, così, quasi per gioco, poi la vigilia di Natale l’addio. Mi stremavi. Eppure restavi No, e non era dato smettere di volerti bene.
Fu a quota 1700, nel cesso del disco-pub Bailando, che a febbraio, infame tra gli infami, il Seme Infetto del GiallAngelo ti si riversò nel ventre, il cinesino Mong dalle zanne scolpite nella gruviera aveva fatto centro. Venne così l’aborto e tutto il resto, tempi macabri, il concentrato di morte in pillola, i polsi che tremano, le gambe che piangono, quella roba che ti risale le budella per terminare l’affair, per tirar via il superfluo. Ne uscisti pulita ma senza più regola. Due settimane dopo il raschietto eravamo su al prato a bere, tu quasi non parlavi, ero in sincero imbarazzo. La macchina non ripartì e scendemmo dalla collina per la boscaglia negra, stretti in primitivo calore sotto la coperta spessa, proprio come due pezzenti. Tuo padre uscì a cercarti per il paese a notte fonda, e quando lo vedemmo lontano, nel bel mezzo della piazza, con tua madre che gli arrancava dietro, mi chiedesti di nascondermi. Lo feci. Seppi poi che ti rovesciò vestita sotto la doccia bestemmiandomi. Ma ogni certezza, per te, era già perduta, un anno e ti sarebbe crollato l’universo addosso: la Via Crucis delle tue Infinite Comunità, a ogni stazione una mezza resurrezione, una nuova dannazione. E tuo fratello, in tutto questo, sempre dritto contro il sole, guerriero nato. Eppure non ti era dato di trovare, alla sua ombra, riparo.
E io che non smetto di pensarti immolata al capriccio del calcinculo, Martedì Grasso duemilasette… a casa non ti vedevano da giorni, mi salutasti vitrea, ridendo senza ridere, sbocconcellando un fagottino al cioccolato, tenera e fatua, che pena vederti così piccola. Coperta di briciole tra i coriandoli inutili d’un Carnevale fuori luogo, vivevi ormai da settimane al parco con gli altri. Due giorni dopo t’avrebbero braccata, scortata coi tuoi nella stanzetta indaco delle suore – la tua prima comunità –, sacrificata a un Dio che non riconoscevi, immobilizzata con diagnosi feroci. Zanne di sangue, tenera carne diciannovenne la tua. Ritrovarti come allora, invece, sui materassi d’erba dei prati crepuscolari, quando mi chiedevi di fare l’amore e io non riuscivo a dirti di sì, innamorato di me stesso com’ero…
Non millantate amore quando non ce n’è. Non fingete gioia quand’è abitudine. Le cose fragili si lasciano morire con estrema modestia. Fiore. Non mentite ai fiori.

Yes raggiunge No di fronte al monumento. La colomba dorme, ricamata tra gli intestini teneri del glicine. Una matrioska dalla testa crepata rotola per la piazza, sospinta dal vento, odore di biscotti. La fabbrica appena fuori città ha ripreso a lavorare, il suo nome è zucchero che vola. L’ukulele verde attacca una canzone. Yes ha preso 30 all’esame, stamattina. Il treno è arrivato puntuale e No lo ha atteso in piazza. Da ieri è di nuovo libera. Questa sarà la prima notte nel loro nuovo alloggio.
In Vermont un uomo s’è appena lasciato morire di polmonite, in un motel dalle grondaie rosa. Tra le dita di gesso la foto di due little blondes. L’inutile stella di un firmamento troppo lontano, l’inutile illusione d’essere padre.

Quando ho conosciuto No aveva sedici anni, io pochi di più.
Ora dipinge e suona l’ukulele verde del Vermont.
Farei l’amore col suo presente anche stanotte, se lo volesse.
Due giorni fa mi ha scritto, sta bene.
E così sto bene anch’io.

*****

Immagine: Jack Kerouac, Sacred heart.

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *