Eugenio Akron, architetto, raggiunge un’isola equidistante da Scozia, Norvegia e Islanda per assistere a un’eclissi totale di sole. Incontra per caso una signora americana, Mrs. Clara Wilson, una ‘collezionista di eclissi’, con la quale passa le giornate prima dell’atteso evento. A legarli è un gesto di lei che ha un impatto proustiano su di lui: richiama alla memoria un grande amico perso troppo presto. Decidono di dialogare scambiandosi le lingue: lui in inglese, lei in italiano, entrambi esitanti, ma si capiscono bene.
Eclissi è un breve romanzo sul ‘tempo ritrovato’. Akron, un uomo che ha trascorso una vita normale, durante le giornate isolane vive e ricorda, e ricordando rivive, conferisce nuovi significati al tempo perduto. Ezio Sinigaglia, raffinato traduttore (tra gli ultimi autori tradotti: Julien Green) e conoscitore come pochi dell’opera di Proust, riesce a costruire il percorso mentale di Akron, parallelo a quello reale, con un’abilità da giallista: si ha fretta di comprendere il passato del protagonista, di capire cosa gli sia successo, come se non bastasse l’attesa del grande evento, l’eclissi, in cui tutto accade.
Impressionante è la qualità della scrittura, ricca, novecentesca ma in senso positivo (e non sterile e goffa scimmiottatura come capita di leggere in qualche autore di solide letture), quasi a prolungare una tradizione letteraria saltando qualche generazione. La descrizione dell’antica cattedrale di Storbygd è una lezione di maestria, precisione descrittiva e ricercatezza si fondono a perfezione:

“La chiesa sorgeva su una piccola altura di nero e nudo basalto a strapiombo sul mare, o per meglio dire l’oceano, e avendo l’abside curiosamente orientata a est-nord est, che nella rosa dei venti è il petalo della bora triestina, guardava quasi dritto negli occhi il suo vento creatore, quell’aliseo di sud ovest, grandioso e continuo, che teneva legata l’isola all’aspra dolcezza di un inverno quasi perenne ma mite e, insieme, a un visibile nulla. Non c’era una terra emersa, in quella direzione, per migliaia di miglia, di modo che la cattedrale sembrava interrogare l’elusiva lontananza di Dio, la sua tenace resistenza a mostrarsi, nella sua proiezione verso il vuoto orizzonte non meno che nel suo gotico slancio verso un cielo raramente sereno: cioè, per così dire, lungo il deserto totale delle ascisse come lungo il silenzio assoluto delle ordinate.” (pp. 65-6)

Ci sarebbero diversi passi da citare, non ultimo quello in cui si descrive l’eclissi, a conferma di uno stile letterario da narratore di tale mestiere che ci si stupisce a sapere che l’autore, Sinigaglia, nato nel 1948, ha pubblicato un solo altro romanzo, Il Pantarèi, nel 1985. Eclissi è un romanzo che concilia con la nostra letteratura; un romanzo soprattutto che ci ricorda quanto l’italiano letterario, se non deve misurarsi con gli slang per sembrare lingua viva e modernissima (e condannarsi a morte precoce), sia fastoso e dalle possibilità molteplici e inesauribili, ma solo per chi impara a usarlo da virtuoso. E ogni scrittore, nell’uso della propria lingua, dovrebbe essere un virtuoso.

Ezio Sinigaglia
Eclissi
Roma, Nutrimenti, 2016
pp. 109