Un giorno di primavera Andrea Meregalli, produttore di un famoso lat lit blog, ci manda una mail per proporci di

1 scegliere un macrotema
2 buttare giù una domanda ciascuno
3 rispondere alla domanda nostra
4 rispondere alla domanda degli altri e parlarci addosso come non ci fosse un domani

Con sua grande sopresa, la risposta incondizionata è sì.
Il macrotema è Jorge Luis Borges e questa è un’Intervista Circolare – la riproponiamo ora su CrapulaClub arricchita delle risposte di Carolina Crespi. Il pezzo, per questioni genealogiche, cosmologiche e comunitaristiche, entra di diritto nell’archivio dei Bolagnisti Anonimi.

In rigoroso ordine alfabetico, i contendenti: Carolina CrespiSebastiano Iannizzotto, Andrea Meregalli Luca MignolaAlfredo Zucchi.

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Di cosa parliamo quando parliamo di leggere Borges? Le decine di citazioni, riferimenti, rimandi. Quale qualità di lettura viene richiesta? Come va letto, Borges? È di questi giorni (era di quei giorni) la campagna #ioleggoperchè che include una trentina di libri per “iniziare” alla lettura i giovani oppure i profani. Consiglieremmo Borges? Se sì, perché? Se no, perché? (Andrea)

Andrea L’equazione, secondo me, è questa. L’obiettivo la lettura infinita. Qualcuno (Marechal, Cortázar, successivamente Bolaño) ha provato a destrutturare il pensiero libro, a sovvertire gli equilibri, a elevare il ruolo del lettore, a richiedere complicità, militanza, partecipazione. A introdurre concetti precorritori. L’ipertestualità. L’arbitrarietà. A livellare il rapporto scrittore lettore. Borges, al contrario, nei suoi scritti è guida e demiurgo. Dentro è tutto apparecchiato. I suoi libri sono infiniti perché infinito è il singolo lettore, che cambia, nel tempo, che si trasforma e che deduce nuove aperture, significati, imboccate. Le quali, in verità, sono sempre state lì, in attesa della rigenerazione fenicia e fisiologica del lettore. Rayuela, per tornare all’esempio di cui sopra, è per stessa ammissione del suo autore molti libri. Finzioni, L’Aleph, Il libro di sabbia, invece, sono un solo libro e un solo lettore, ma continuamente in evoluzione. Consiglierei Borges? Assolutamente. Anche a un ragazzo di sedici anni. Oppure a una ragazza di quindici anni. Oppure a un novantenne. A chiunque. Non bisogna mai smettere di leggere Borges. A patto che si accetti la sfida. A patto che si accetti di non avere paura di perdersi in un labirinto oppure di aprire un dizionario. Leggere Borges significa rileggere Borges, in qualità di nuovi noi, in qualità di flusso umano, bipedi implumi, Pánta rêi: non si può discendere due volte nel medesimo fiume, non si può leggere due volte il medesimo libro di Borges. Amen.

Carolina Non mi ci farei trascinare per mano da Borges in una stanza di sogno per leggere insieme qualcosa di suo. Non mi fido. Diciamo che non mi fido più del veggente cieco che canta versi anonimi accanto a un fuoco spento nella pampa di notte. Quello di cui dubito è la tenuta della mia immaginazione messa alla prova da trent’anni di esistenza e realismo letto, visto, studiato: cosa mi accadrebbe una volta travolta dall’afflato fantastico disancorato dalla soggettività della metafisica borgesiana? Sarei ancora presente a me stessa? E, soprattutto, mi importerebbe ancora di esserlo?
Borges è un archivista che cataloga e ti spaccia il suo pastiche per qualcosa nato tale. Borges è un narcisista, c’è sempre lui nelle sue storie, anche quando non sembra, anche quando sembra che la vicenda non lo riguardi. Quando questo accade, lights on, è tutto il contrario. Significa che la vicenda ti riguarda più di quanto credi, che là dentro c’è lui e insieme a lui ci sei tu. Sì perché l’altro, quello a cui l’io narrante si rivolge, sei tu. Tu che leggi sei il personaggio che Borges spaccia per te stesso, il testimone di cui aveva bisogno. Consigliarlo? Ero alle superiori, un delinquente mi ha detto cara, dovresti leggere Borges, le sue recensioni immaginarie. Poi sono arrivate le deformazioni inquisitorie e l’Aleph. Quando sono tornata dal delinquente, ho aspettato che si scusasse per tutta la durata del pranzo. Non l’ha fatto, non lo farà. No, non consiglierei Borges come una cura, bere tanta tantissima acqua. Lo consiglierei piuttosto come un rischio che vale la pena di correre, una sorta di la strada è brutta ma se la conosci poi guidi tranquillo. E ti godi il panorama.

Alfredo Mia figlia si chiama Aida come Rino Gaetano, anni quasi quattro. Quando l’anno scorso ho adoperato per la prima volta lo stratagemma narratologico della meta-testualità e dell’interferenza finzione/realtà in una storia che le stavo raccontando prima di dormire (un suo amichetto presente nella storia, poi lei stessa), lei prima ha sgranato gli occhi incredula, poi, avuta conferma della cosa (sì, proprio tu, Aida) ha riso di gusto come quando si vince un taboo, poi ha cominciato a “avere le idee” e proporre varianti. Borges, che è il maestro dell’interferenza finzione-realtà, “fa venire le idee”. Più che una medicina, infatti, il nostro è un integratore energetico, un concentrato d vitamina C, una spremuta d’arancia – fa sempre bene, fa bene a tutti.

Luca Quando penso alle campagne di sensibilizzazione,non so per quale motivo mi viene sempre in mente la campagna napoleonica in Russia, forse sarà perché è stata una delle più sensibilizzanti che l’uomo abbia mai affrontato. L’accostamento, ammetto, è un po’ forte, sebbene leggere Borges sia un po’ come addentrarsi d’inverno in Russia e cercare di sconfiggere il nemico che fugge, brucia la propria città e si rintana altrove. Vediamo di capirci. La lettura di Borges è una battaglia sotto ogni aspetto, dato che i suoi scritti (racconti, saggi, forse le poesie un po’ meno) mettono a dura prova non solo l’intelligenza o la capacità di estrapolazione delle citazioni (o anche solo la volontà del lettore di andarle a cercare e verificare), ma in particolar modo la pazienza. La pazienza è anche la dote che è mancata a quanti (Napoleone per eccellenza) hanno provato a espugnare la glaciale Russia, che nel nostro caso è l’opera dello scrittore argentino – inoltre la pazienza insegna a diffidare delle prime impressioni, a soffermarsi sullo stesso passaggio più volte prima di sentirsi certi di ciò che si è letto. Insomma, se i lettori di oggi, i giovani, si troveranno di fronte a Borges è giusto che sappiano o che capiscano più o meno da subito con chi hanno a che fare, e che siano prudenti e astuti, non avventati.

Sebastiano Leggere Borges è un’esperienza. Ti prende e ti porta nel labirinto. Ma non ti lascia lì da solo a cercare la via d’uscita: ti prende per mano, il vecchio Giorgio Luigi, e ti fa fare un giretto. Non è facile leggere Borges. Proprio per le decine di citazioni, riferimenti, rimandi di cui parlavi tu. Non si tratta mai di citazioni pop (con qualche eccezione, come Billy The Kid). La cultura di riferimento di Borges è alta, altissima, chiusa, inaccessibile. Per dire: io non so una mazza di Talmud, questo, però non pregiudica il mio godimento di lettore di un racconto come La morte e la bussola. Devo solo affidarmi a Giorgio Luigi, stringere forte la sua mano cieca e lasciarmi guidare. Una questione di fiducia, diciamo. Certo, questo lo dico adesso che ho ventisei anni. Se avessi letto Borges dieci anni fa, sarei scappato via (dopo aver chiuso il libro e averlo lanciato lontano). Ci avevo provato sei anni fa: Finzioni, d’estate. Non ero pronto o la traduzione era pessima, non so. Forse una combinazione di cause. Fatto sta che non riuscii a finirlo. Consiglierei Borges? Sì, sempre. Forse non a un ragazzino di quindici anni. Non me la sento di dare una regola generale, però. Dipende molto da situazioni contingenti, in cui magari l’età c’entra, ma non sempre e non troppo. Per dire: ho riletto Borges in treno, mentre mi muovevo nel tempo e nello spazio. Chiaramente è un’esperienza che potenzia moltissimo la lettura di un racconto in cui si parla del Tempo (ma non solo) come Il giardino dei sentieri che si biforcano. Quando mi sono reso conto di questa cosa, ho goduto tantissimo (da lettore eh, intendiamoci). Dove voglio arrivare? Borges lo consiglierei sempre: anche se magari non riesci a cogliere tutta la rete fittissima di citazioni e di rimandi, godi lo stesso perché la scrittura del nostro è cristallina, diafana. E poi ti racconta sempre qualcosa: chi è che non si appassionerebbe a una spy story come quella de Il giardino dei sentieri che si biforcano? O a un racconto come Uomo della casa rosa?

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Esiste, in Borges, un confine? Intendo dire un confine tra realtà e finzione, tra verità e invenzione. Borges è senza limiti? (Sebastiano)

Alfredo  Sì, ed è fortissimo, fondante. Ricardo Piglia, nella sua conferenza Borges por Piglia riferisce come, in Borges, vi sia una forte separazione tra le forze della finzione (le idee, le illusioni, la letteratura) e quelle della realtà. Di più, che quest’opposizione finzione/realtà dia luogo a un’ulteriore opposizione ordine/disordine. È proprio a partire da questa netta separazione che Borges costruisce quegli inestricabili intrecci tra finzione e realtà che sono il suo grande lascito alla letteratura universale. Per quanto mi riguarda, questo dualismo kantiano o platonico, si riduce in realtà solo una differenza di grado – è proprio in questo punto, mi pare, che arrivano Cortázar e Bolaño e in qualche modo lo superano.

Sebastiano In Borges il confine non c’è. O forse sì. Se c’è, comunque, un confine è molto permeabile. Poroso. Realtà e finzione si confondono, dalla pagina si passa alla realtà senza che nemmeno tu, lettore, te ne accorga. Borges è senza limiti: invenzione totale che mette continuamente sotto scacco la verità. Cos’è vero e cos’è falso, in Borges? Ma, soprattutto, è importante chiederselo? No. In fondo la verità è sopravvalutata: molto meglio le invenzioni di Borges.

Carolina È un braccio di ferro finissimo, quasi manicheo nonostante le modalità con cui Borges procede nel discorso. La sfida è tra la verità e la finzione, tra ciò che è e ciò che la mente dell’uomo riconduce a una qualche forma di realtà senza averne le prove. Le prove di fatto non servono dal momento che la mente umana colloca in uno spazio-tempo definito animali che non esistono, creature mitologiche perfettamente addomesticate, mondi inventati popolati da personaggi reali: a conti fatti il confine – il limite – non c’è e questo proprio perché, Giorgio Luigi piccolo grande Kant, il limite lo fa chi legge. Cito di ignoranza, dalla lettura più fresca che ho di Borges, e direttamente dal risvolto che Adelphi riporta dal suo Il libro degli esseri immaginari (coautrice Margarita Guerrero) uscito lo scorso anno nella traduzione di Ilide Carmignani:

«Ignoriamo il senso del drago, come ignoriamo il senso dell’universo, ma c’è qualcosa nella sua immagine che si accorda con l’immaginazione degli uomini, e così il drago appare in epoche e a latitudini diverse»

Ogni metafisica – in quanto discorso al di là di qualcosa – ha forzatamente un limite da scavalcare. Questo limite, a mio parere, è una strisciolina morbida, poniamo il metro di una sarta. Sta nella testa dell’uomo, l’uomo la usa per prendere le misure, per abituarsi alla verità. Ma la strisciolina talvolta si increspa, resta alzata in alcuni punti, una strisciolina gobbuta, un lungo cammello ripieno di tacche: le gobbe, vuote, sono prese d’aria, sono le falle della certezza, il sottoinsieme K (Kaos) tra l’insieme S (sueño) e SD (son desto). Kappa come kaos, Kappa come Kant.

Luca Rispondo a questa domanda con un vecchio ricordo universitario. Quando studiai per l’esame monografico di Storia romana – argomento la colonizzazione romana – c’era tra le dispense una in cui si parlava, a un certo punto, proprio del concetto di limite. La parola latina, che probabilmente anche lo stesso Borges conosceva (o così mi piace pensare), era limes. Ora con questo termine durante la repubblica, quindi nell’epoca di maggiore impatto coloniale romano, si designava non il confine che c’è tra due stati, due città o due popoli, quanto la strada – niente è più romano della strada lastricata – che avrebbe facilitato il passaggio in zone impervie (come si dice, se la memoria non mi inganna, anche in Cesare). In pratica limes era ciò che conduceva nell’ignoto dal noto, ciò che apriva nuovi confini. Poi, come tutte le derive semantiche, limes divenne lo sbarramento, il muro di confine oltre il quale si assiepava il barbaro, pronto a espugnare l’Impero. La letteratura di Borges, in particolare saggistica e narrativa, penso che abbia le stesse caratteristiche del primo limes romano: è quella strada che conduce dalla verità (cioè dal noto, da ciò è già assodato, tutto il bagaglio culturale borgesiano) attraverso la finzione (ossia gli espedienti per forzare il bagaglio) – e non è certo Borges a percorrere questa via (o almeno non da solo), anzi lui è piuttosto come il comandate romano che ordina di passare attraverso quella foresta, guadare quel fiume etc., coloro che la percorrono siamo noi, i suoi lettori, che ci spingiamo fino alla fine per capire che in fondo non c’è nessun limite, non c’è sbarramento che delimiti ciò che stiamo leggendo (fatta eccezione forse per la forma racconto, ma questo è un discorso che meriterebbe almeno un saggio), piuttosto noi siamo dentro il limes e lo stiamo comunque e sempre percorrendo.

Andrea
Forse sono la stessa cosa, in Borges. Tutto finisce per essere la stessa cosa, e il suo contrario. Quello che credo di sapere è che la parola “confini”, per Borges, sia stata inammissibile. Agevolo una storiella: nonostante la reputazione di uomo vicino alle destre, che il buon Borges si è guadagnato nelle decadi (e al tal proposito potremmo parlarci addosso per un paio di settimane), il Maestro disprezzava nazionalismi e bandiere, esattamente come il padre. Borges racconta di quella volta che Jorge Guillermo portò il piccolo Georgie a osservare dogane e confini – manco fossero bestie rare o circhi – convinto di una loro rapida estinzione in virtù di un unico singolo stato, un macrostato con nuove leggi e nuovi equilibri. Questo anarchismo individualista, oltre alla cecità, è l’eredità paterna. Insomma, la letteratura borgesiana, come l’uomo Borges, è a mio avviso senza limite alcuno.

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Quando Borges scrive in Altre inquisizioni, precisamente in Kafka e i suoi precursori: “Nel vocabolario critico, la parola precursore è indispensabile, ma bisognerebbe purificarla da ogni significato di polemica o di rivalità. Il fatto si è che ogni scrittore crea i suoi precursori. La sua opera modifica la nostra concezione del passato, come modificherà il futuro.” – intende affermare che la finzione letteraria è in grado di influenzare qualsiasi altra costruzione che si fonda su questa stessa finzione. Ma chi è che finge di più lo scrittore o il lettore? O detta meglio: lo scrittore inventa (finge) perché il suo lettore possa a sua volta fingersi (inventarsi) dentro la narrazione? (Luca)

Luca Quando ho scritto un articolo su Kafka, per la rivista Cattedrale, ho iniziato con una citazione da Antonio Moresco e ho incluso più in basso, nell’articolo, anche quella di Borges che cito nella domanda. Ricordo che in una discussione su quell’inferno di Facebook, un tale che si fa chiama chiamare con altisonanza Iosonoletteratura (citando Kafka), commenta il post dell’articolo dicendo che non si può iniziare a parlare di Kafka partendo da Moresco, che bensì sarebbe stato più giusto partire da Schopenhauer (e a questo punto perché non andare a scomodare le ossa del padre dello scrittore boemo, no?). La questione, che al momento mi infiammò – poiché l’ira infiniti eroi gettò e lutti provocò etc. – era in realtà già risolta dalle parole stesse di Borges: questo mi fece riflettere su due cose: uno, il presuntuoso kafkiano non aveva letto il mio articolo fino in fondo; due, leggere spesso comporta la necessaria abnegazione delle proprie facoltà di lotta a favore della comprensione di ciò che si sta leggendo. Ma divago anche questa volta. In fondo, ciò che Borges suppongo voglia dire in quel passo è che i precursori spesso vengono dopo, che in qualche modo assurdo ciò che sta dopo serve in un ultima analisi a capire meglio ciò che è venuto prima e attraverso la comprensione dimostrare l’assurdo che un certo fatto che è accaduto dopo, avrebbe dovuto – magari anche per logica – essere accaduto prima. E chi viene prima e chi viene dopo, il lettore o lo scrittore? Colui che sa interpretare i segni e li tramanda o colui che li inventa e li tramanda? Il fatto, amici, è che adesso sono così pieno di domande che per dare delle risposte mi servono altre domande, e altre ancora. Forse, però, il lettore talvolta in quanto precursore dello scrittore finge meglio, più genuinamente.

Carolina Borges – qui col cappello di guru della comparatistica, postmoderno decentrato, ammaccatore di generi – parte da dove vuole e usa ciò che vuole, indaga, risolve e poi domanda. Il lettore chiude gli occhi a fessura, pare sorrida ma sono i muscoli facciali che non rispondono. C’è chi si leva gli occhiali e li appoggia sul comodino, c’è chi si alza per una pisciatina. La finta è un patto alla Coleridge e nel secolo breve in pochi hanno rispettato i patti. Nel caso di Borges non lo fa chi scrive, né chi legge, né chi riscrive di e su ciò che ha letto. La finzione letteraria erode le fondamenta – se reali o fittizie nella loro imposizione poco importa – e le dissoda malamente, senza macchinari, con la sola forza delle parole. Borges finge, eccome se finge, ma la serietà del tema, l’impeccabilità della trama, gli permettono di farlo; tale serietà è la corda lanciata perché chi legge vi si aggrappi: la stessa serietà che il lettore promette a chi narra, rimanendo impassibile anche quando i conti non tornano e crollano i muri portanti. La serietà di chi legge, credo, sia figlia della certezza che, per quanto performative possano essere certe scritture, quella di Borges non nasca per essere tale. Dico questo perché, a mio avviso, essa ha presa più che sulla realtà fattuale, sulla realtà vissuta del soggetto, ossia, sulla mente che quella realtà percepisce (sembra banale, ma non tutte le scritture che se lo propongono ci riescono, e non tutte le scritture se lo propongono). Se la scrittura di Borges ha in sé una scintilla in grado sovvertire l’ordine, non è nei suoi libri che essa va cercata ma nei lettori infiammabili, in cui tale scintilla può scatenare l’inferno. Forse, ricollegandomi a ciò che Luca Mignola diceva a proposito di Moresco, è nella performatività della scrittura che si apre il solco tra Borges e l’autore dei Canti del Caos. La performatività è parte integrante, caratteristica connaturata alla prosa dell’autore milanese; questo in Borges non accade. Tempi che cambiano, direbbe mio padre.

Sebastiano Questa storia sullo scrittore che con la sua opera modifica il passato e il futuro è una di quelle che mi fanno godere di più. Perché mi pare una delle poche cose sensate che siano state dette sul concetto di tradizione letteraria. Chiusa questa parentesi, veniamo a noi: quanto più lo scrittore finge, tanto più spazio ha il suo lettore di fingersi dentro la narrazione. E Borges, in questo, è un fuoriclasse: uno con il dieci sulle spalle e la capacità di aprire spazi dove gli altri vedono soltanto maglie avverarie. Nelle sue narrazioni, il nostro allarga sempre di più il campo della finzione. Lo allarga così tanto che la fa colare sulla realtà. Oppure è il lettore che, in mezzo a una finzione così ricca e ben costruita, se la trascina dietro nella realtà? Non so. Certo è che se Borges non fingesse così bene, il lettore non avrebbe nessuno spazio di manovra per inventare e inventarsi.

Andrea Il lettore ha sempre a disposizione un testo, un libro. Diventa suo. Ne dispone come meglio crede, lo legge come meglio crede, lo rilegge idem (l’importante è che lo rilegga, soprattutto Borges, soprattutto Chiunque). Mi stuzzica parecchio il discorso sui precursori e sull’opera che “modifica la nostra concezione del passato, come modificherà il futuro”. È proprio quello scarto di cui parlavo autorispondendomi, qui sopra, Marzullo docet, il tutto scorre che ci impedisce di leggere due volte lo stesso libro, in qualità di nuovi noi. È una condizione atemporale, leggo un’opera – leggo Borges – e la nuova apertura concessami influenza una fruizione passata e influenzerà una fruizione futura. E non si tratta soltanto di letteratura, l’Arte è ecumenica. Mi piace ricordare la prima volta che vidi Inception, al cinema, di come si annodò immediatamente a uno dei miei racconti preferiti di Borges – Le rovine circolari – e di come la mia reazione nell’immediato – trottola, titoli di coda, gente che applaude, gente che piange, gente che tiene la bocca aperta – sia stata profondamente diversa (non migliore, non peggiore: diversa) – seduto, sguardo nel vuoto, impegnato a ricordare l’incipit del racconto borgesiano, impegnato a ricordare alcuni passaggi del racconto borgesiano – rispetto a gran parte degli astanti. Ecco, questo, secondo me, è quando la letteratura ci cambia un poco. Quando, appunto, sovverte e lavora nello spaziotempo di ognuno di noi. Quelle che Cortazar chiamava nuove possibili realtà. Succede con Borges, per esempio. E succede proprio alla grandissima.

Alfredo Non è una domanda semplice. Mi pare che vada analizzata per prima la questione della scrittura. La domanda riguarda un aspetto fondamentale del “metodo borgesiano” – l’appropriazione e la riscrittura. Questo appunto è uno specchio di Pierre Menard, autore del Quijote. Mi viene in mente un corso di letteratura spagnola in cui si discuteva dell’influenza di Borges su Quevedo e i poeti del siglo de oro spagnolo. Ecco, in questo senso si può dire che Borges inviti il lettore a fare un passo ulteriore, a essere già più filologo che lettore, a abbracciare, quale lettore, tutti meandri e le connessioni segrete della letteratura. Leggere Borges è senza dubbio un esercizio creativo. E tuttavia – mi vergogno quasi a dirlo – i migliori lettori di Borges, proprio per l’ampiezza dell’esercizio che lui propone, sono gli scrittori, quelli in cui l’esercizio della finzione prende dimensione attiva, ancora più attiva.

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Ma Borges, quando scrive, è sincero? (Carolina)

Carolina Borges è sincero. Lo è dal momento che la sua è una scrittura di ricerca, un processo di disvelamento, insabbiamento e nuovo disvelamento più ricco o più povero del precedente, spesso completamente alternativo. Senza scomodare la dialettica hegeliana, credo che più che di sincerità si debba parlare di coerenza e rispetto di scelte operate in principio: quando Alfredo sulle orme di Piglia descriveva la prosa breve borgesiana come una vicenda che cela due linee narrative, una delle quali rispetta tutte le costanti del genere (poliziesco? noir? qui cado, non saprei definirlo davvero), credo che in qualche modo dimostrasse la sincerità programmatica di Borges (e di tanta altra fiction di genere, beninteso) ove più che altrove serve un atto di fede ferreo a credere fino in fondo in ciò che si sta dicendo: anche – e soprattutto – se ciò che viene descritto è qualcosa che la realtà fattuale ha già fortemente negato. Una sincerità in nome della fiction, dunque, ma anche un rispetto profondo, quasi religioso, del proprio programma letterario e politico, nella speranza che ciò, un giorno o l’altro, si avveri e l’uomo-animale-sociale dalla letteratura impari il buon governo di sé e dei propri simili.

Alfredo Se Borges fosse un calciatore o un cestista, sarebbe più facile rispondere a questa domanda – posto che una finta, ad esempio, è un tentativo di menzogna e gli agiografi di Michael Jordan riportano, a posteriori, che l’unico modo per un difensore di capire se Jordan sarebbe andato a destra o a sinistra era osservare la posizione della sua lingua. Prima del crossover, della finta, infatti, Jordan cacciava la lingua fuori dalla bocca, a destra o a sinistra, e i suoi agiografi ci assicurano che la sua lingua fosse sincera. Si dice inoltre che Borges, il quale per un periodo viveva delle conferenze letterarie cui era chiamato a partecipare in piccole biblioteche e centri culturali di provincia, quando parlava di letteratura parlava a tutti allo stesso modo – all’usciere della biblioteca come al professore di letteratura inglese: parlava a tutti come se fossero esperti di Joyce, di Kafka o di Chesterton. In questo senso, se non è sincero, Borges di sicuro è coerente: da calciatore a ultràs, Borges “coerenza e mentalità”.

Luca Ricordo la prima impressione che ho avuto leggendo L’Aleph: un misto di incomprensione e presa per il culo. Che vuoi da me, Borges? Esci da questo corpo, sei peggio del diavolo, perché tu esisti. Eppure, non riuscivo a non pensare a quei racconti. La tentazione di rileggerli, capirli, e dirmi che non mi avevano ingannato, perché restano solo e tanto racconti, storie, era più forte di me. L’ho ripreso, riletto – niente, mi stava proprio ingannando. L’ho chiuso. Ho iniziato Finzioni, perché non potevo arrendermi tanto facilmente. E di nuovo ho sentito che la mia voce diceva forte “vattene, Borges, sei un falsario”. Un falsario? Com’è che uno scrittore è un coniatore di moneta falsa – a quel tempo credevo che le parole, intimamente, fossero la verità. Allora, adieu Borges, tu non fai per me. Eppure, non so come spiegarlo meglio, quel libro mi istigava, e mi dicevo che ci doveva essere qualcosa in più. La verità, no di certo. E che cosa? Che vuoi da me, Borges, sii chiaro? Niente chiarezza, Borges parlava per enigmi, per finzioni, parabole. Poi, ho capito. Non era Borges il falsario, il coniatore di moneta contraffatta, ero io che cercavo là dentro quella cosa pasoliniana che è la verità. Non era Borges a mentire, come avrebbe potuto più farlo ora che le sue parole erano circolate nel mondo, lette e interpretate, purgate e smerdate. Ero io, il lettore, il falsario sui generis, e se non mi fossi lasciato istigare a non credere alle parole, che le parole e i poeti (in senso esteso) mentono troppo e non sanno fare altro, allora sarei rimasto uno che avrebbe cercato la verità, sarei stato intrappolato dentro il recinto della finzione, non ammettendo che si trattasse di finzione, e lì avrei brancolato come un cieco presuntuoso che avrebbe detto di sapere tutto, pure di non dire di non sapere niente. Forse ho divagato, ma c’è un’ultima cosa, una domanda a specchio, che mi suggerisce questo ricordo: Borges, quando leggeva, era sincero?

Sebastiano Esiste uno scrittore sincero? No. La letteratura è sincera? Mai, credo. E Borges non fa eccezione. Volendo guardare la questione da un altro punto di vista, invece, credo che Borges sia sincero. Non ti racconta qualcosa a cui non crede. Intendiamo questo quando parliamo di sincerità? Forse. Quando Giorgio Luigi scrive di Pierre Menard, per lui esiste. Quindi esiste anche per me che leggo. Questa è sincerità? Credo di sì.

Andrea Apro il dizionario e leggo. Sincèro agg. [dal lat. sincerus, propr. «non mescolato, fatto di un solo elemento, di una sola sostanza», e quindi «schietto, puro» (dalla stessa radice *sem-, *sim- «uno, uno solo» di semel e simplex)]. Genuino, puro; non alterato; Riferito a persona, che nel parlare e nell’agire segue ed esprime ciò che sente o pensa, senza simulazione o finzione e senza reticenze; Riferito a parole o comportamenti, detto, fatto senza alcuna falsità o doppiezza, senza doppî fini, seguendo ciò che realmente si pensa e si sente. Borges è totalmente sincero. Borges è talmente sincero da dire: Tutta la letteratura è essenzialmente fantastica, l’idea di una letteratura realistica è falsa, perché il lettore sa che quello che gli viene raccontato è finzione. Et voilà, Borges sposta la disamina e passa la palla al lettore, individualista fino al midollo, ci chiede: Hey, lettore, secondo te quello che sto raccontando è finzione? Il tuo retaggio, la tua sensibilità, la tua volontà sono la risposta.

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Leggere Borges è tutta un’esperienza. A volte, è come fare la settimana enigmistica o sciogliere un rebus. Voglio dire: prendi un racconto di Borges e dimmi la trama. Non la ricordi? Anche se l’hai letto 4 volte? Strano. O no. Il fatto è che Borges ti spinge a giocare con lui, non a subire gli eventi che racconta ma in qualche modo a ricrearli tu stesso, lettore. Ecco: leggere Borges è un esercizio creativo in sé. A volte – lo ammetto – è un esercizio dispendioso: bisogna in qualche modo conoscere le carte, avere un’idea delle regole del gioco. E mi chiedo – vi chiedo: non è che oggi, forse, l’influenza di Borges la si senta soprattutto nella tensione tra finzione e realtà che circola sul web e sui social? Penso, ad esempio, a portali come Lercio.it in Italia (ce ne sono svariati altri in lingue e paesi diversi) dove il gioco (la bufala) è dichiarata. Penso anche però alla circolazione indiscriminata di notizie sul web date per vere (e talvolta prese per vere). E lo scandalo, l’indignazione “manipolata”. La bufala: giocare con Borges non aiuta forse il lettore a muoversi con più agilità in quel magma indiscriminato che è Internet? (Alfredo)

Carolina Può essere una buona palestra. Ma ho la sensazione che ogni palestra intellettuale sia mancante, e che il fisico ne risenta. Non me ne vogliano i classici, ma scegliere di stare nel gruppo di clarinetto e saltare sistematicamente l’ora educazione fisica può far bene a chi del test di Cooper proprio non ne vuole sapere, può farlo sentire più felice, più vicino alla propria indole di suonatore di clarinetto e può – questo è certo – stancarlo di meno. Ma ciò non toglie che quando dovrà correre verso la corriera in partenza sarà svantaggiato rispetto a chi corre da sempre.
Per questo, a noi tapini, nati prima di internet in Italia, Borges potrà sembrare un ottimo posto dove esercitare il nostro problema di cosa è vero e cosa no riferito al marasma webologico. Ma ai nativi digitali Borges servirà di meno. O meglio, servirà per altro. Nati già col germe del cosa è vero e cosa no mi importa sì e no cucito a festa nell’incavo dell’ombelico, useranno Borges in modi alternativi. E sarebbe bello, bellissmo, che ce li raccontassero.

Sebastiano Borges è il re delle bufale. L’ho detto, potete picchiarmi. Quando lo leggo, mi chiedo: ma sarà vero? Mi spiego meglio: quando cita testi della tradizione ebraica o antichi poemi arabi, io sono tentato dal credere che quei testi esistano o siano esistiti davvero. Sulla confusione (pilotata) tra realtà e finzione Borges ci ha costruito tutta la sua esistenza di scrittore. Per questo conviene stare sempre all’erta. Leggere Borges è un esercizio, un allenamento: salti la corda e passi dalla realtà alla finzione, dalla finzione alla realtà, continuamente. A Giorgio Luigi, credo, Internet sarebbe piaciuto: sai quante storie avrebbe fatto circolare, spingendo sulla tensione tra vero e falso?

Alfredo Carabiniere veneto si reca in provincia di Napoli per rapinare un supermercato. Pilota tedesco, non-musulmano e depresso, fa crollare un aereo di una compagnia tedesca. Benjamin “Bibi” Netanyahu vince le elezioni in Israele e giura sul Corano. Trova la bufala. (“Dieci anni fa, bastava una qualunque simmetria con l’apparenza di ordine – il materialismo dialettico, l’antisemitismo, il nazismo – per mandare in estasi la gente. Come, allora, non sottomettersi a Tlön, alla vasta e minuziosa evidenza di un pianeta ordinato?” cfr. “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”, In J. L. Borges, Finzioni, Einaudi, Torino, 1955.)

Luca Ci muoviamo in un territorio spropositato per estensione e finzione. La Rete, che forse sarebbe troppo per il nostro argentino, è una superfetazione dell’idea narrativa di Borges: citazioni falsamente attribuite a romanzieri, poeti, filosofi, scienziati e a tutti quelli che almeno una volta nella vita hanno detto qualcosa di più o meno sensato (penso che sia accaduto anche a Totti, ma resta un’ipotesi da verificare). Insomma, se dovessi fare un paragone con un racconto di Borges, penso che il più azzeccato sia Abenjancàn il Bojarì, ucciso nel suo labirinto (L’Aleph). Chi è che uccide Abenjancàn? Che cosa succede nel deserto con il servo? E il labirinto, è inganno o soluzione dell’enigma? Ecco, se la storia di Abenjancàn fosse accaduta nel tempo della Rete, potremmo immaginarci questo scenario: prima l’indignazione per l’omicidio, una vera indignazione, perché cazzo! tutto ma non l’omicidio, #restiamoumani; in secondo luogo, la voce opposta, la vera indignazione, di chi dubita, perché nel beneficio del dubbio #restiamoumani; terzo aspetto, tutti sanno dove si è nascosto l’omicida, perché tutti sanno tutto di tutti, insomma nessuno sa niente di qualcuno. Iniziano dunque le ricerche nella Rete-labirinto (e qui se Borges potesse ancora vederci, e visto che l’ho sempre pensato un uomo capace di ridere, non ci avrebbe risparmiato una sonora risata). I portali della vera indignazione, le loro opinioni contrastano con quelli della vera indignazioni, le loro opinioni contrastano con quelli dell’ironia massacrapalle. Tutti credono che i primi abbiano ragione, ma anche i secondi, e perché no i massacrapalle ironici – intanto Abenjancàn è morto, l’omicida si nasconde dentro la Rete-labirinto, e a tutti per sapere come va a finire la storia non resta altro che aprire L’Aleph e leggere come Borges ci conduce attraverso il labirinto, fin dentro la stanza dove l’assassino siede in attesa che qualcuno, forse Abejancàn o il servo (sta a voi scoprirlo, io non ve lo dico), aspettano che anche i veri indignati e gli ironici di professione – e forse pure lo stesso Borges dei post con le sue frasi più belle – gli dicano che cosa è successo.

Andrea Sì, con una discriminante. La finzione – in e di Borges – non è mai fine a sé stessa. Non c’è satira. La messinscena non è carnevalesca o umoristica, non è comica, sarcastica, ironica. Il distinguo è tra realismo e fantastico; un po’ la macrodicotomia di certa letteratura latinoamericana del XX secolo. Lo stesso Borges asserì che la letteratura fantastica partecipa alla realtà, giacché la stessa dovrebbe prevederla e assorbirla. Borges disse “abbracciarla”. Il fantastico non è evasione, aiuta a comprendere meglio la realtà, in maniera più profonda e complessa. Non credo esista una maniera migliore per tradurre in linguaggio il significato della letteratura fantastica e quindi della letteratura borgesiana. Fornisce strumenti, un po’ come la filosofia (uno dei grandi amori di Borges dopo la letteratura e la mamma). E allora la bibliografia del Maestro (1899-1986) aiuta a comprendere meglio questa realtà, questa contemporaneità, la nostra? Sissignori.

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I contendenti di profilo:

Carolina Crespi si è laureata in Filosofia a Milano e ha studiato Narrazione Cinematografica a Torino. Ha pubblicato due raccolte di racconti: Quello che mi rimane (Giraldi, 2008) e Il futuro è pieno di fiori (No Reply, 2012). Scrive articoli e racconti per diverse riviste web e cartacee. Collabora col settimanale Film Tv e tiene corsi di narrazione nelle scuole.

Sebastiano Iannizzotto dopo un’adolescenza rovinata da Héctor Cúper, abiura il 4-4-2 e scopre il tridente. Gioca a rugby fino a 21 anni, in tutti i ruoli della mischia. Abbandona la palla ovale per dedicarsi alle lettere. Cerca la reincarnazione di Roberto Bolaño sui campi scalcagnati dell’America Latina. L’unico sport praticato adesso è la Rayuela.

Luca Mignola detto Il Mante o White Metis. Vive a Torre Annunziata (anche solo questo basterebbe). Ha studiato per un certo tempo Lettere Classiche all’Università Federico II di Napoli. Conosce meglio Omero che il suo tempo. Ha svolto vari lavori, che gli hanno permesso di sostentare il consumo di nicotina. Nel 2010 Alfredo Zucchi gli propone di partecipare al blog CrapulaClub. Nel 2013 con Anna di Gioia e Alfredo Zucchi pubblica Ô Metis. Nel 2015 collabora, con un articolo su Franz Kafka “Un medico di campagna: tradimento di Franz Kafka”, con la rivista Cattedrale Magazine – dimostrando così di essere ancora vivo.

Alfredo Zucchi Ha fondato, nel 2008, insieme a Ciro Monacella, il CrapulaClub – poi restaurato, sfrondato e rinato insieme a Luca Mignola nel 2010. Tacciato di essere terrone e sudaca, nonostante la sua attuale ubicazione mittleuropea (Danubio blu, Trieste blu, vive a Vienna dal 2014 – autobiografia del blu di prussia) non se ne fotte ma se ne vanta. Mentre cerca di pubblicare un romanzo che ha un titolo porno ma non è un porno, scrive ogni tanto di letteratura anche su Cattedrale e Nazione Indiana.

Andrea Meregalli scrive per vivere e adora parlare in terza persona come Ascanio Pacelli del Grande Fratello. Legge i latinoamericani e ne vaneggia su Finzioni Magazine e Cultweek. È autore del blog Secolo Corta che ha celebrato il centenario di Julio Cortázar, enormísimo cronopio, idolo di una vita. Nel 2014 è uscito il suo primo libro, Cuore di Carciofo.