L’uomo del tempo

Fu allora che vide i due C-landestini. Ciondolavano spavaldi in mezzo alla strada, incuranti delle vetture che sfrecciavano pochi centimetri sopra le loro teste, e parlavano ad alta voce. Che fossero C-landestini lo si capiva facilmente dal design somatico, dagli abiti dozzinali tipici della loro zona d’origine, ma soprattutto dal fatto che non stavano lavorando. Vedendoli avvicinarsi, Burk provò una leggera inquietudine, subito scavalcata dall’indignazione. Che sfacciati, girare così in pieno giorno-opera all’interno della zona B, senza neanche far finta di essere occupati. Il solo fatto di non stare all’opera in attività demolitive o ristrutturative bastava a qualificare i nativi della zona C come C-landestini.
Purtroppo la frontiera esterna doveva essere quotidianamente aperta per consentire l’ingresso di manodopera: la tecnontemporaneità aveva risolto tanti problemi, ma non quello della sicurezza edilizia. Per costruire quartieri abitativi resistenti alle intemperie, l’uso di braccia-uomo era ancora necessario. O meglio, era conveniente, perché le fattorie di ultima generazione erano riuscite a produrre tecno-muratori, ma a costi troppo elevati: le frequenti cadute dalle impalcature, provocate dalla raffica anomala, rendevano economicamente preferibile la perdita di un nativo C rispetto alla distruzione di una tecno-macchina. Tanto, nella zona C continuavano a riprodursi come scarafaggi, o almeno così recitava l’adagio, dato che da almeno un paio di generazioni, cioè dal periodo delle Scosse di assestamento, di scarafaggi nessuno ne aveva più visti.

Burk era proprio sovrappensiero, perché lo spostamento d’aria lo fece sobbalzare: pensò a una mini raffica, ma riscuotendosi vide che era semplicemente passata una vettura, all’altezza regolamentare di un metro e mezzo dal suolo, sfiorandogli il casco. Le mini raffiche non davano fastidio a nessuno, tantomeno a lui che con queste cose ci lavorava, ma ricordavano a tutti, come una specie di memento mori, il tempo. La tecnontemporaneità aveva risolto tanti problemi, ma non quello della meteorologia: il mondo-città, che alcuni vecchi si ostinavano a chiamare metromondo, era afflitto da fenomeni climatici incontrollabili. Dalla classe A fino alla fascia E-sterna, in questo disgraziatamente uguali, era un continuo rincorrersi di raffiche anomale, aeromoti, slavine marine, grandinate bollenti, tsunami di folgori.
I D-issidenti avevano insinuato che questi sconvolgimenti fossero un effetto collaterale della Riorganizzazione gluonare, l’epoca gloriosa in cui le grandi opere nucleari avevano riportato il pianeta alla sua originaria forma piatta. Ma ovviamente oltre la zona D nessuno aveva potuto recepire queste diffamazioni sovversive, dato che i D-issidenti si servivano di media antiquati come i blog olfattivi. A lui l’aveva raccontato Anhna, la sua capo progetto, in una pausa dal lavoro, o meglio dal training che Burk stava conducendo sotto la sua guida. A Burk quei momenti procuravano sempre uno sfrigolio alla base dello stomaco, perché i discorsi extra lavorativi gli sembravano confidenze, gli davano l’illusione di un rapporto personale. Ma gli piacevano anche perché poteva alzarsi da quella posizione tanto scomoda, e soprattutto guardarla in viso, in quei suoi occhi così deliziosi, così perfettamente uguali nella forma, e persino nel colore.

Anhna. Quando l’aveva incontrata in una sezione distaccata dell’Istituto di meteorologia, ovvero del Governo, la sua vita era cambiata. Era stata lei a intuire le sue potenzialità e a reclutarlo: Burk da subito si era sentito come se Anhna fosse stata mandata lì apposta per lui, anche se poi aveva scoperto che parte del suo lavoro era proprio cacciare talenti. Fino a quel giorno, aveva pensato di essere un qualsiasi meteoropatico: la tecnontemporaneità aveva risolto tanti problemi, ma non quello dei retaggi animali, ed erano tanti quelli che avvertivano l’elettricità nell’aria prima di una trono-tempesta. A Burk, la prima volta era capitato che aveva tre anni: era nervoso perché non voleva mangiare la tecno-frittura che la mamma stava riesumando nel forno, tanto che aveva rovesciato il piatto con la manina tremante. Dopo neanche un minuto, il tornado di quartiere si era abbattuto sulla casa di fronte, facendo strame dei delicati muretti in cemento armato, e placandosi rapidamente come era montato. La mamma aveva mutato la sgridata che aveva pronta in un abbraccio, e accarezzandogli la testa, e girandola dal lato opposto alla finestra per non fargli vedere quel che restava dei vicini, aveva sospirato: “Poverino, l’ha sentito arrivare”. E così da allora in poi, ogni volta che si sentiva agitato, o non riusciva a dormire, puntuale arrivava il cicloncino o l’uragano-doccia.
Era stato durante un controllo di routine, ai quali tutti i meteoropatici venivano periodicamente sottoposti, che Anhna lo aveva visto per la prima volta. Anzi, era stato Burk a vedere lei, avanzando dal fondo della stanza. Di A-hn, i nativi della classe A, ne aveva già ammirati, anche se non ne capitavano parecchi da quelle parti, ma una bellezza simile lo rese felice al primo sguardo. Lei si era alzata in fretta per chiudere la finestra blindata, dato che si era accorta della mini raffica in arrivo, quando successe. La raffica si disintegrò in un pulviscolo profumato, e addirittura apparve un archeo-baleno, di quelli con ben sette colori. Anhna capì subito e gli fece, brusca:
“Tu non sei meteoropatico. Sei meteorogeno”.
“Mi perdoni, ma… che significa?” Ora aveva un motivo per arrossire.
“Che il tuo umore non prevede i cambiamenti climatici. Li provoca”.

Sobbalzò di nuovo, e finalmente capì che cos’era quel dischetto che si stavano passando da un po’, mentre continuavano a sghignazzare, i due C-landestini: senza dubbio si trattava di un B-iscotto. Detenzione di cibo proibito, un’infrazione ancora più grave della mancanza di lavoro, e se lo avessero mangiato ci sarebbero state conseguenze gravi per il quartiere e per l’intera zona B. I contatti tra le cose e gli abitanti di zone distinte erano regolamentati dal Governo centrale, o meglio erano vietati in generale, e le singole eccezioni erano sottoposte a una rigida procedura autorizzativo-depurativa. I nativi C ad esempio potevano entrare per lavoro in zona B, ma dovevano rientrare a casa per la notte, e da casa dovevano portarsi il cibo. Neanche potevano rivolgere la parola ai nativi B: a questo erano specificamente abilitati solo i muratori capisquadra, e solo per ricevere ordini dai caporali. Non è che il Governo agisse così per cattiveria: i contatti fisici tra diversi livelli di contaminazione potevano scatenare reazioni esplosive devastanti, imprevedibili. E le depurazioni erano lunghe e costose, perciò non potevano essere fatte su tutta la popolazione.
Ammesso che tutti lo meritassero, perché per esempio quei due erano senza vergogna, e stavano per mettere nei casini anche lui, pensò Burk. A questo punto infatti non poteva fare più finta di niente, pena l’infamante accusa di C-onnivenza. Da anni ormai la polizia aveva funzioni di supervisione, e la repressione del crimine era delegata ai cittadini stessi, i quali per l’omissione di intervento andavano incontro a pene molto più atroci di quelle previste per i reati che avrebbero dovuto bloccare. Burk tirò fuori la pistola neurale, mirò a uno dei due e fece clic. Immediatamente i due C-landestini lasciarono cadere il B-iscotto, si guardarono e iniziarono a picchiarsi, con mosse avanzate di tecno-chi-chuan che non avevano mai eseguito prima. Tra un po’ si sarebbero neutralizzati da soli, non valeva la pena neanche stare a guardare. Burk proseguì, ai resti ci avrebbero pensato le nett-urne. La tecnontemporaneità aveva risolto tanti problemi, ma non quello della decomposizione.

Andando verso la classe A, ripensò a quando ci era entrato per la prima volta, con Anhna. Lei gli stava spiegando che nascere meteorogeno naturale era una grande fortuna, ma non bastava. Per diventare meteorogeno volontario bisognava sottoporsi a un duro lavoro, ma era proprio quello di cui il Governo e il mondo-città avevano bisogno: persone talentuose e intelligenti, addestrate a fermare i ciclonciclopi e le altre calamità, o almeno a deviarle verso le zone periferiche. Burk la guardava e già allora provava un desiderio che non riusciva quasi a formulare, tanto blasfemo era: sfiorarle lo zigomo, dove un neo minuscolo e fiero ne risaltava l’altezza, con un dito. Naturalmente si sarebbero liquefatti entrambi all’istante: il fatto che lui fosse appena diventato A-compatibile gli permetteva giusto di entrare nei sotterranei del Palazzo di Governo e di rivolgere la parola ad Anhna, privilegi che appena il giorno prima si sognava.
E ora, stava per diventare meteorogeno: lo sentiva, gli incontri con Anhna si stavano intensificando, e il training diventava più leggero. Meteorogeno, il massimo a cui un nativo B potesse aspirare. Meteorologo mai, quella era una carriera riservata ai nativi A-hn. Suonò la tecno-sirena che annunciava la raffica anomala in arrivo, era un suono di colore arancio, quindi la raffica era di potenza media, ma lui si affrettò lo stesso verso il tubo pneumatico. Si infilò dentro al volo, e fu spinto direttamente nella stanza di lei.

Dopo tanto tempo, Burk aveva imparato a decifrare non solo le turbolenze del pianeta, ma anche quelle di Anhna. Si accorse subito che c’era qualcosa di diverso. Tentò un approccio indifferente:
“Su che cosa lavoriamo oggi?”
“Sull’amore”, fece lei, tranquilla.
“Come, scusa?”
“Hai capito benissimo. Ascolta, voglio rivelarti un segreto: c’è almeno una cosa vera, tra quelle che spacciano i D-issidenti. I nativi del metromondo sono tutti uguali, non esiste nessuna esplosione o liquefazione da contatto. Hai capito?” La sua voce era decisa, ma un po’ più acuta del solito.
“Bene. Anzi, male… non lo so…” Invece lo sapeva, quello che stava per succedere.
“E voglio confidarti un altro segreto, campione: anch’io ho un certo intuito, altrimenti non farei questo mestiere. Era questo che volevi?” E si avvicinò, prendendogli tra le dita gli zigomi.
Lui si sentì sciogliere, a partire dalla base dello stomaco. Tentò di gridare “No!”, ma lei lo stava già baciando.

*****

In copertina: Rain Room, rAndom international.

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