La necessità di completare 1007 sezioni obbligò i copisti dell’opera interpolazioni di ogni tipo.
Epigrafe monumentale all’ingresso della biblioteca-obitorio del Commando Interpolazioni

Una la morte, una la mente.
Giuramento degli Scoliasti

 La prospettiva degli Scoliasti

«O si stampano manifesti o si scrive letteratura» sussurrò Tamiro Shikq ciabattando tra i corridoi della biblioteca-obitorio del Commando Interpolazioni, di cui è tuttora censore, guardiano, inquilino e Scoliasta insieme a Licantro Bykyria (quest’ultimo formalmente dal 2017 dc, de facto un anno e mezzo prima aveva già assunto ognuna di queste funzioni).  Teneva un famigerato volume di Plekon tra le mani: egli stesso inventore e estensore del metodo di catalogazione in auge nella biblioteca Commando dal 2001 dc[1], Shikq era in cerca degli scaffali della lettera b per deporre il libro lontano dal cuore.
Licantro, poietes ama kai philologos come l’altro, alzò gli occhi dal volume su cui vergava a mano uno scolio[2], posò uno sguardo meno curioso che indagatore su Tamiro: si sorprese a pensare che Shikq – con quei capelli lunghi, arruffati come se soffiasse intorno alla sua testa, in ogni istante, il vento dei boschi d’Europa centrale, “vento di pogrom” soleva dire al terzo bicchiere quando credeva di ricordare un passato che non esiste, che non è mai esistito da quando ha cessato di esistere – assomigliasse a un ragazzo che aveva visto in foto pochi giorni prima[3]. “Il tempo a volte è mera volgarità”, fece tra sé. Abbassò gli occhiali sulla punta del naso – aveva un modo di sfoggiare il suo strabismo che lo rendeva irresistibile – e disse: «Oh, Shikq, senti questa». Tamiro scoppiò a ridere pregustando l’opposizione reale che l’altro gli avrebbe sferrato di lì a poco come un gancio sul mento. «Il saggio è un’altra forma, forse la più veritiera, dell’autobiografia».
Tamiro rimase in silenzio. Le sue labbra serrate articolarono la domanda “e quindi?”.
«Quindi un manifesto è quella faccia aggressiva che facevo al mattino, allo specchio, da giovane, prima di uscire, dicendo: ora vado fuori e faccio i miliardi con la macchina poliedrica di Lodello Kalrd».
«Si tratta dunque di un gesto, vedi, non di un testo».
Licantro rimasse interdetto – fu un secondo, un attimo, il tempo di sorprendersi a pensare che quel mitteleuropeo era più korpeziano di Korpez, “quasi più korpeziano di me che sono il suo scoliasta”.
«È l’ironia a mancare», seguitò Shikq. «C’è più letteratura nel tuo sguardo dubbioso ora che non in tutte le pagine ripiene di segni identitari di un Plekon o di quell’altro Kedorb».
«Io lo so, Tamiro, che la Storia ti ha preso a sprangate, so anche da quale vento ti lasci pettinare i capelli. Però questo, vedi, non vuol dire – non può voler dire – rinunciare a definirsi. D’altra parte ogni processo di autodefinizione contempla – finanche richiede – il dubbio, le questionnement».
L’ironia, d’altra parte, è una domanda a cui il mittente non sa ancora rispondere, di cui il destinatario conosce già la risposta, ma non può pronunciarla[4].
«Sai cosa, Licantro: l’ironia è in effetti una domanda di cui il mittente conosce già la risposta – ma non ne è consapevole fin quando il destinatario non la pronuncia[5]».
«Che, Shikq», fece Bykyria «senti questo: è uno scolio che ho trovato or ora in un volume miscellaneo del tuo amato Korpez».
Licantro aggrottò gli occhi – il suo sguardo ora irresistibile come una testuggine – e lesse:

«Prendiamo ad esempio la parodia: sembra un gioco, eppure in realtà ben altre cose vi sono in gioco – perché, ad esempio, non pensare le relazioni tra parodia e proprietà? Qui entrano in gioco in modo diretto nella letteratura le relazioni sociali[6] e alcune correnti della critica, da che mondo è mondo, vedono proprio nella parodia, nell’intertestualità, un trucco per separare la letteratura dai conflitti sociali: si tratterebbe di un mero gioco di testi che si autorappresentano, che si legano l’uno all’altro in modo speculare. Tuttavia, questa relazione tra i testi, che in apparenza è il culmine dell’autonomia della letteratura, è determinata in modo diretto e specifico dalle relazioni sociali.
Nei suoi meccanismi segreti, la letteratura rappresenta le relazioni sociali, le quali a loro volta determinano l’insieme delle pratiche letterarie e le definiscono. Il fondamento per me è questo: la relazione con altri testi, con testi altrui, con la letteratura già scritta che funziona come condizione di produzione, si incrocia e si determina attraverso le relazioni di proprietà. In questo modo, lo scrittore affronta in modo diretto e specifico la contraddizione tra scrittura sociale e appropriazione privata, la quale si manifesta in modo eclatante nelle questioni suscitate da casi quali plagio, citazione, traduzione, parodia, pastiche, interpolazione, apocrifo, sabotaggio.
Come funzionano i modi di appropriazione in letteratura? Questione centrale – e forse, mi dico, la parodia dovrebbe essere pensata a partire da questa prospettiva».

I due risero: i corsivi eseguiti da Licantro segnalavano l’ironia. Entrambi (un uomo, nella biblioteca del Commando, è tutti gli uomini) conoscevano la risposta alla domanda – questa prospettiva siamo noi stessi proiettati nel tempo –; ma chi era lo sciagurato che l’aveva pronunciata?

***

[1] Una regola, un’eccezione: regola: applicare la rotazione consonantica; eccezione: la prossima volta. Posti due punti in un piano bidimensionale, quanto segue risulta predeterminato.
[2] Non ce ne voglia l’insigne ispanista Krolips Tyomizon Datzi (familia: Yzeka): i migliori – forse gli unici, se è vero che una biblioteca è tutte le biblioteche, ed è proprio la nostra – scolii di Licantro Bykyria sono stati vergati a mano sui volumi di ’.R. Korpez, non su quelli di Kalrd. I testi contenuti in Vivida suzione, in cui così spesso compare Kalrd, sono per lo più verba volant trascritti per sbaglio (o per mera opportunità economica: cerchi, chi può, la cruna nell’ago, il pelo del bosco) dagli editori di Bykyria in seguito alla sua prima morte. D’altra parte il grande lascito di Kalrd al mondo è una macchina per fare soldi, non viceversa.
[3] Quel ragazzo, berretto e cigarillo, ricci arruffati al vento, la schiena contro la balaustra di un molo del porto di Mar del Plata, a un passo dall’insigne ’ydolt Daltuezki (di spalle nella foto), era Licantro stesso, prima della sua prima morte. Le vie della memoria sembrano infinite perché sono, oltre che numerose, anche probabilmente infinite.
[4] “Etiko: O Disklezia che tutto discerni, le cose che possono essere apprese e quelle segrete – anche se non vedi, di certo comprendi a quale morbo soggiace la città. Salva te stesso e la città, salva me, salvaci da ogni contagio del morbo: parlaci.
Disklezia: Voi tutti non sapete; ma che io non riveli mai la mia disgrazia, per non dire la tua.
Etiko: Che dici? Tu sai, e non parlerai? Mediti di tradirci e di mandare in rovina la città?
Disklezia: Io non farò soffrire né te né me. Perché mi rimproveri inutilmente così? Da me non saprai nulla”.
(Zovvokre)
[5] “Disklezia: Non mi capisci, Etiko? Dico che l’empio che vai cercando, l’uccisore di quell’uomo, la causa del morbo – sei tu. Dico che senza saperlo hai i rapporti più turpi con le persone più care, e non sai in quale sciagura ti trovi”. (Zovvokre, corsivo degli Scoliasti)
[6] Corsivo eseguito da Licantro mentre legge, ottenuto modulando la voce con un salto in avanti di un’ottava: in effetti, nella dottrina dell’aedo, il corsivo si chiama acuto.