La lettura potrebbe essere ritenuta al pari della scrittura un’arte (il dibattito sul fatto che la scrittura sia un’arte o meno è da sempre acceso, io preferisco ad oggi schierarmi ancora con gli «artisti»).
Roberto Bolaño ha più volte sostenuto, in diverse interviste, che egli aveva sempre preferito leggere a scrivere, pensare a scrivere; scrivere allo scopo di procurarsi da mangiare (in breve no all’art pour l’art) – e insomma Bolaño era un hijo de puta della letteratura, non sono qui per ribadirlo –  questo è storia.
Resto nel focus: lettura/scrittura. Solo una nota: per parole come metafisica o storia (in fondo per tutte le parole categoriali) ci troviamo di fronte non tanto a un equivoco – molto più profondo è comunque il misunderstanding per la definizione di metafisica – quanto a una stratificazione del senso, dovuta a un utilizzo sempre più specifico della parola e degli strumenti che la coinvolgono. In una sua fase piuttosto antica, storia prevedeva in fondo proprio due strati semplici: leggere/ascoltare e scrivere[1].
Volendo tracciare una brevissima digressione sul significato di storia, suggerisco la lettura di un’intervista[2] allo scrittore argentino Ricardo Piglia da parte di Carlos Dámaso Martínez, nella quale non si parla solo di storia nel senso più precipuo di storiografia, ma di storia come contenitore, come memoria, libro e infine archivio – o biblioteca, si potrebbe dire con una parola più cara a Borges. Ricardo Piglia sostiene che la storia è sempre appassionante per uno scrittore, non solo per gli elementi aneddotici – le storie che circolano, la lotta tra interpretazioni diverse – ma anche perché ci si imbatte in una moltitudine di forme narrative e modi di raccontare. E poco dopo: gli storici – questo è certo – lavorano sempre con la finzione, e la storia stessa è la proliferazione retrospettiva dei mondi possibili. Nel caso di Piglia, come in quello di Bolaño, ci troviamo in presenza di lettori forti, di due bibliotecari o archivisti borgesiani (di quel regno fantastico che Borges ha fatto delle biblioteche, prima di lui luoghi di macero di vecchi libri e intelligenze), nei quali i segni della lettura[3] sono fondamento di scrittura e di interpretazione.
Ma torno all’antichità: prendiamo ad esempio Erodoto. Dal proemio e per tutta l’opera il suo intento è quello di narrare ciò che ha sentito, magari anche letto, e scriverlo. Prima di Erodoto – e la memoria può ingannarmi – la parola scrivere non compare come principio, cioè nell’ordine delle cose importanti. Esisteva il canto, quindi il rapsodismo, ossia l’esaltazione della memoria. Non la scrittura per la lettura. Le Storie – titolo postumo – è forse una delle opere più complesse da ricostruire al pari dei poemi omerici, e forse rappresenta il punto di sfogo di un’epica rapsodica che aveva perso la brillantezza dell’invenzione. Erodoto – al contrario dei rapsodi –  scrive la sua opera e se propriamente non la legge, ma magari la recita, il passo, lo scarto è avvenuto: dal poeta al lettore. È noto, d’altronde, che Erodoto avesse letto, in particolare la parte delle Storie più direttamente legata ad Atene, durante alcuni agoni, così come accadeva per la poesia rapsodica. Ci si trovava quindi in un’epoca intermedia, dalla quale emerse Erodoto, come l’ultimo dei grandi epici greci e il primo degli scrittori di finzione.

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Erodoto, Storie, II, 123

[1] Siano utili queste storie raccontate dagli Egizi, a chi esse appaiono credibili; mi sono proposto per tutta la mia opera che avrei scritto, per averlo ascoltato, ciò che viene narrato da ciascuno. Gli Egizi dicono che Demetra e Dioniso regnano sottoterra. [2] Gli Egizi sono i primi che hanno esposto questa teoria: l’anima dell’uomo è immortale, e una volta morto il corpo, essa migra sempre verso un altro essere vivente che è appena nato; e dopo aver percorso in circolo le vite di tutti gli essere terreni, marini e del cielo, migra di nuovo verso il corpo appena nato di un uomo – il ciclo si compie in tremila anni. [3] Ci sono alcuni dei Greci, chi prima, chi dopo, che si sono serviti di questa teoria, come se fosse una loro invenzione; io ne conosco i nomi, ma non li scrivo.


[1] La lettura vera e propria, quella del libro, probabilmente la stessa lettura mentale, come tutti gli accademici sanno è invenzione di Aristotele, così come la metafisica.

[2] L’intervista, nella traduzione originale di Alfredo Zucchi, sarà disponibile da mercoledì 19 Ottobre su CrapulaClub.

[3] Segnalo: Ricardo Piglia, L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007.