Non ce ne siamo dimenticati del venerdì del milite ignoto. Oggi: tre divagazioni.

1° divagazione: In fondo, perché scegliere una data ricorrente? Per non dimenticare, è questa la risposta, non ce n’è un’altra.
Dimenticare e ricordare – il tempo, in breve. Perché siamo qualcosa senza il tempo? È una condizione il tempo, anzi la condizione che domina. Eppure, per determinarlo bisogna dire: “Oggi piove”.
Una condizione, però, è necessaria – è un fatto di libertà.

2° divagazione: A condizione che Leopold Bloom sia Ulisse.
Solo nella relazione metonimica – arrivando quasi fino all’iperbole – Bloom sta ad Ulisse, tenendo fuori (come un gatto randagio) l’allegoria. Sostituendo, quindi, l’allegoria con la metonimia, controvertendo il fondamento della commedia dantesca si spacca la modernità e viene Leopold Bloom, un Ulisse ridicolo, anonimo – relativo?
In teoria, si dice: “a condizione che”.
In pratica, esclusa la chiave di lettura, che è come la chiave della serratura, talvolta accade che qualcuno si  trovi davanti all’ultima porta che mostra il segreto, e giunto lì non ha la chiave, l’ha persa o non l’ha mai avuta perché credeva che con una spinta la porta sarebbe andata giù, oppure ha la chiave ma la porta è senza serratura incassata nel muro, oppure non c’è alcuna porta. La pratica – l’esperienza – insegna (è qui il capovolgimento, madames e messieurs!) che non c’è segreto.

3° divagazione: Dialogo o gioco della riduzione scalare.
– Come sarebbe l’Odissea riscritta da Joyce?
– L’Ulisse, ma senza L. Bloom.
– E come riscritta da Borges?
– Come, non sai che…?
– Cosa?
– Niente, ci vorrebbe troppo spazio.
– E riscritta da Beckett?
– Odisseo non avrebbe messo piede oltre la soglia della porta.
– E da Kafka?
– Il proemio, al massimo.

Outsider:
– Da Bolaño?
– Caduta Troia, Odisseo sarebbe tornato a casa, nel DF di Itaca, dove avrebbe fatto a pugni con i Proci di Octavio Paz, che aveva monopolizzato le fotocopiatrici dell’isola.